Evasione fiscale

PARLIAMO DI FISCAL COMPACT

di Renato Gatti

Entro fine anno il Parlamento è chiamato a pronunciarsi sulla conversione in trattato del Fiscal Compact, esso diverrebbe quindi una norma imperativa per la regolamentazione del funzionamento dei meccanismi su cui si basa l’Unione Europea.

La trasformazione o meno in trattato peserà in modo sostanziale sul futuro degli equilibri economico finanziari del nostro Paese. Di peso enorme per il nostro Paese è sicuramente la norma più famosa del fiscal compact; quella che richiede che ogni anno si riduca del 5% l’eccesso di debito pubblico rispetto al parametro rappresentatao dal PIL.

Attenzione ciò non significa che in 20 anni il nostro debito debba tornare al fatidico 60% del PIL, perchè ridurre del 5% l’eccedenza comporta una curva asintotica.

La norma che prevede l’obbligatorietà del pareggio di bilancio è già stata recepita dal Parlamento italiano con la modifica dell’art. 81 della Costituzione anche se invece di pareggio si parla di equilibrio di bilancio.

Una norma meno nota impegna a coordinare i piani di emissione del debito con il Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea.

Non si sente molto parlare di questo argomento nelle discussioni politiche, non almeno quanto il tema trattato richiederebbe. Per la verità il solo Renzi non perde occasione nel dichiarare la sua contrarietà all’approvazione del Fiscal Compact, rivendicando un ritorno ai parametri di Maastricht, o meglio al solo parametro del deficit. Il suo messaggio infatti è tornare ad un deficit del 2,9% per avere qualche decina di miliardi da poter spendere in bonuses, dai 1.000 € a tutti i ragazzi, ai regali fiscali a pioggia (evidentemente gli incentivi di Calenda non gli hanno insegnato nulla).

Personalmente mi azzardo a proporre delle rettifiche da apportare al testo vigente, finalizzate a rendere il trattato un passo avanti verso l’Unione reale tra i Paesi membri.

Prima considerazione

Il trattato fissa degli obiettivi da raggiungere che, senza per ora entrare nel merito degli stessi, mandano il seguente messaggio :”Caro Paese sei fuori parametro, rimettiti in riga altrimenti apriamo una procedura di infrazione”; praticamente si scarica il problema sul Paese che evidentemente ha delle difficoltà e non si fa nulla per esaminare le cause e i possibili interventi correttivi atti a rimuovere quelle cause stesse. La mia proposta è che non si imposti un meccanismo punitivo per chi fosse fuori parametri, bensì si esaminino le ragioni delle difficoltà e si impostino interventi programmati che vadano a rimuovere quelle stesse ragioni.

Voglio fare un esempio concreto; molti Paesi, non il nostro per fortuna, presentano una bilancia commerciale intereuropea in deficit, mentre qualche altro Paese, in esplicito la Germania, presenta avanzi commerciali superiori al 6% limite peraltro fissato come da non superare anche se il superamento non è così vincolante come quelli del fiscal compact. Ebbene se chi ha una eccedenza nelle esportazioni dovesse programmaticament importare dai paesi in passivo una certa quantità di beni e/o servizi o dovesse concedere premi alle esportazioni a tali Paesi, questo provvedimento porterebbe a rimuovere almeno in parte le ragioni di uno scostamento tra Paesi europei che, cronicizzandosi, portano all’indebolimento, fino alla distruzione, della convivenza nell’Unione.

Seconda considerazione

Non si contempla, nelle norme del fiscal compact, se la riduzione del debito debba preferenzialmente avvenire per aumento del PIL o per riduzione del debito. Chiaramente si constata che l’aumento del PIL è di beneficio a tutta l’Unione, mentre la riduzione del debito porta a spinte verso il ristagno se non la pauperizzazione di un Paese con rischi che tale cancro si diffonda anche agli altri Paesi. Ecco che allora privilegiare la strada dell’aumento del PIL non pone il Paese fuori parametri nella posizione di un peccatore che deve far penitenza, ma avvia un sentiero in cui tutta la Comunità partecipa al risanamento del Paese in difficoltà.

Attenzione, dopo la crisi del 2007 tutti i Paesi dell’Unione hanno sforato il parametro del 60%; se tutti improvvisamente dovessero mettere in azione la riduzione del debito annuo, il rischio di una generalizzata diminuzione del trend di crescita trasformerebbe il rischio di un Paese che può contagiare gli altri nel rischio di una epidemia sistemica.

Terza considerazione

Quando si parla di pareggio di bilancio non c’è il minimo accenno a possibili manovre anticicliche. La variazione dell’art. 81 della Costituzione italiana da “pareggio” in “equilibrio” tendeva proprio a consentire manovre congiunturalmente anticicliche. Ma l’ipocrisia della nostra legislazione ha lasciato aperta la possibilità di non essere mai in pareggio essendo sufficiente un voto di autorizzazione delle Camere per sforare. Dal 2012 quando l’articolo è stato modificato, il nostro bilancio non è mai stato in pareggio: alla faccia della congiuntura e della Costituzione.

Ma ciò che è più serio è il fatto che non si tenga alcun conto se il deficit è dovuto a spese correnti eccedenti il gettito fiscale o ad investimenti (auspicabilmente produttivi) che costituiscono maggiori entrate nel futuro. Parliamo ancora una volta della “Golden rule di Delors”, della norma cioè che pretende il pareggio della parte corrente del bilancio (ovvero delle sole spese correnti) ma che ammette, sulla base di programmi concreti e supportati e su rigidi controlli attuativi, il ricorso al debito per finanziare investimenti produttivi che mettano in moto il moltiplicatore keynesiano.

Questo a mio parere è la punta di diamante degli emendamenti al Fiscal compact, consapevole che detto emendamento significherebbe una svolta epocale nella filosofia economica seguita in Europa fino ad oggi. Sarebbe una rinascita dell’Europa come ente programmatore che esce da una logica ragionieristica per guidare, indirizzare, ridare fiducia all’economia dei nostri Paesi.

Quarta considerazione

Prendiamo ad esempio l’Irlanda. Prima della crisi del 2007 aveva un debito pubblico pari al 30% del PIL. Lo scoppio della bolla speculativa fondiaria causò perdite alle banche, che avevano finanziato la bolla, pari a metà del PIL. Lo Stato si fece carico del buco delle banche ed il suo debito salì dal 30 all’80% sforando il parametro del 60%.

Come conseguenza l’Irlanda dovrebbe rientrare nei parametri penalizzando i cittadini irlandesi per colpe che gli stessi non hanno commesso. La logica perversa del Fiscal compact penalizza i cittadini per colpe non commesse e si disinteressa delle ragioni prime che quel guasto hanno causato.

La logica sadica del Fiscal compact potrebbe lasciare il posto ad una politica attiva che vada a ostacolare i guasti che il capitalismo finanziario crea. Senza dilungarmi troppo, come si sono inventati parametri senza una logica matematica stringente, non si potrebbero fissare parametri matematicamente supportabili che vietino, disincentivino, tassino le transazioni dove l’indice P/E (price earning) ovvero M/L (valore di mercato/ valore lavoro) supera un certo limite?

Per ora mi fermo qui-

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