Lotta di classe socialismo convergenza

CLASSOLOGICA

di Renato Gatti

Premessa

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori ed oppressi (…). La moderna società borghese , sorta dalla rovina della società feudale, non ha eliminato i contrasti di classe. Essa ha soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta in luogo delle antiche.” (Manifesto del partito comunista – Marx ed Engels).

Una nuova disciplina economica

Nel conformismo della società attuale dominata dal pensiero unico dell’individualismo liberista è difficile leggere una critica scientifica basata sul criterio della lotta di classe, anche perchè, tra le nuove forme di lotta che testimoniano la vittoria della classe capitalistica sulle altre classi, predominano, a mio modo di vedere e senza che siano scomparse vecchie forme di sfruttamento, nuove forme di sfruttamento che vanno analizzate ed arricchite.

Utilizzo il termine lotta di classe non tanto in senso storico che privilegia un approccio politico nella sfera dell’azione (quasi romantico con la catarsi della rivoluzione) al tema; utilizzo questo termine per delineare una nuova (o antica) disciplina economica che analizzi ogni situazione economica, ogni provvedimento politico ed in particolare di politica economica per i suoi effetti non solo numerico-quantitativi sui macro indici, ma soprattutto sulla distribuzione di costi e benefici sulle singole classi.

In sintesi, e come esempio facilmente comprensibile, interpreto la crisi del 2007 come crisi causata dalla classe del capitalismo finanziario (che va oggi distinto dal capitalismo produttivo di derivazione fordista) che tramite un fenomeno che definirei “sfruttamento tramite fiscalità” (che non significa solo fisco ma gestione delle norme economiche) è ricaduta a carico di altre classi: i lavoratori in primis, gli imprenditori schumpeteriani poi, ma anche i capitalisti produttivi. Non è chi non veda che le azioni di un capitalismo finanziario finalizzato a sfruttare ogni spazio di rendita o di quello che si chiama “income by appropriation”, abbia evidenziato le sue contraddizioni nella crisi del 2007 ma sia nel contempo riuscito a scaricare le enormi perdite da esso generate sull’economia reale e sulle altre classi che invece operano nella logica della valorizzazione del valore/lavoro inteso come creazione di ricchezza reale as opposed alla non creazione di ricchezza della rendita.

Prendiamo in considerazione il governo Monti (che ci ha salvato dal baratro) che, di fronte alla crescita enorme dello spread, aveva davanti a sè tre alternative possibili per superare una crisi in un sistema a cambi fissi qual’è l’euro:

  • Svalutare i salari/prezzi;
  • Rilanciare la competitività via produttività;
  • Imporre una patrimoniale “pesante” sulle grandi ricchezze soprattutto quelle generate dalle speculazioni finanziarie dei precedenti anni di “belle epoque” in cui le rendite finanziarie erano tassate al 12,5% esattamente la metà dell’aliquota più bassa dell’irpef.

La prima soluzione è a totale carico del mondo del lavoro che con il sacrificio sulle loro pensioni (legge Fornero) hanno messo in sicurezza i conti pubblici sul fronte INPS che da allora non mette più in difficoltà i suoi conti ed il debito pubblico che sarebbe travolto da un default dell’INPS stessa. Anche gli imprenditori schumpeteriani favoriti a breve grazie al taglio del costo del lavoro, sono a lungo termine colpiti per l’indubbio incentivo ad investire in un modello produttivo basato sul basso costo del lavoro piuttosto che investire su un modello produttivo basato sulla produttività. Il primo modello porta ad una economia marginalizzata, il secondo porta alla soluzione dei problemi. La terza soluzione avrebbe riconosciuto un equilibrio tra chi ha causato il danno e chi ne debba pagare le conseguenze, avendo anche presente che per la teoria marginalistica il sacrificio marginale del capitalista finanziario, a parità di cifra assoluta, è di molto inferiore al sacrificio marginale delle classi non capitalistico-finanziarie.

Avendo scelto la prima strada abbiamo anche modo, attraverso la nostra ricerca classologica, di constatare che i guasti creati dalla classe capitalistico finanziaria son stati pagati dalla classe del mondo del lavoro.
In questi giorni, a seguito di una intervista del presidente dell’INPS Boeri, è nata una questione sul prolungamento dell’età pensionabile da 66 anni e 7 mesi a 67 anni a partire dal 2019. Ebbene, la regola del connettere l’età pensionabile con l’aspettativa di vita pare avere assunto la verginità di una legge “naturale”, una legge logica e razionale in misura tale che deviarne potrebbe costare nei prossimi 30 anni una non copertura dell’onere pensionistico da parte dell’INPS di 140 miliardi, costringendo le casse statali ad intervenire mettendo così a repentaglio, un’altra volta ancora, lo spread. Una attenta frequentatrice di facebook ha scritto che deviare da questa regola “che regalerebbe 5 mesi di vacanze in più a pimpanti sessantenni” vorrebbe dire causare il default del nostro paese. Ancora una volta (siamo sempre nell’applicazione della legge Fornero) il conformismo a presunte leggi naturali (che sono invece esplicite leggi di classe) porta a cancellare dal nostro senso critico i principi della classologia.
Secondo la nostra disciplina economica allora, quando il governo presenta al parlamento la legge di stabilità e sviluppo dovrebbe da una parte fare un esame della situazione esistente evidenziando le problematicità e i comportamenti delle classi che tali problematicità hanno creato e dall’altro canto dovrebbe elencare i provvedimenti proposti per risolvere quelle criticità evidenziando la misura in cui ciascuna classe è chiamata a pagare.

Occorre fare una precisazione, la classologia non prende come base del suo giudizio il fatto che un provvedimento privilegi o meno alcune tipologie di reddito, ma se quel provvedimento supporti il mondo del lavoro ovvero quello della rendita. Ad esempio i 10 miliardi annui che spendiamo per gli 80€ vanno sì a favore di una parte dei redditi da lavoro dipendente, ma, almeno a mio avviso, non hanno nulla a che fare con il supporto del mondo del lavoro.

Facciamo un ultimo esempio: bisogna salvare le banche in rischio default (responsabilità del capitalismo finanziario 100%) e servono tot miliardi. Tali fondi vengono reperiti tramite taglio dei pubblici investimenti o degli incentivi alla “Calenda”(sacrifici caricati al mondo del lavoro). Nella legge di approvazione di questo provvedimento una tabella ad hoc indicherà esplicitamente che un guasto provocato al 100% dal capitalismo finanziario e sanato al 100% dal mondo del lavoro: questo è il succo dello scopo della “Classologica”.

Vorrei chiudere esaminando la rivoluzione 4.0, una rivoluzione frutto del mondo del lavoro che nasce dalla ricerca, dagli imprenditori schumpeteriani, dai lavoratori chiamati a convertirsi in lavoratori digitali per adattarsi ed inserirsi da protagonisti in questo processo.

Alla lunga, estremizzando, ma non molto, il processo, tutta la produzione sarà fatta meglio e in misura maggior di prima, dalla robotizzazione e senza lavoratori. Se non si interviene da subito con un modello redistributivo che abbandoni, a poco a poco, il principio del tempo di lavoro per passare ad un modello basato sui diritti di cittadinanza rischiamo, nell’analisi classologica del processo, di imboccarci in un nuovo schiavismo in cui il detentore del capitale finanziario sarà proprietario di tutta la robotizzazione; non esisterà più plusvalore non esistendo più lavoro salariato, e la nuova classe degli oppressi dovrà vivere della più completa discrezionalità egemonica del capitale.

La mia concezione classologica, riconoscendo nella rivoluzione 4.0 una lodevole LIBERAZIONE DAL LAVORO, propone un modello redistributivo che non operi più soltanto sui flussi di reddito, ma si basi su una radicale redistribuzione della proprietà dei mezzi di produzione, insomma una LIBERAZIONE DEL LAVORO, ovvero la socializzazione dell’apparato produttivo robotico, i cui frutti siano goduti da tutti in maniera legata non al tempo di lavoro (pari a zero) ma alla partecipazione attiva alla realizzazione dei progetti di un nuovo mondo comunitaristico. Rimando in particolare agli scritti del Nobel James Meade.

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