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LA MONETA INCOMPIUTA

di Renato Gatti

Sto leggendo (rectius studiando) il libro, il cui titolo ho messo in testata, di quello che avrebbe potuto essere uno dei migliori assessori al bilancio del Comune di Roma, ovvero di Marcello Minenna, ma che solo dopo pochi mesi dalla nomina, ha lasciato la giunta 5 stelle per ragioni ancora poco chiare, ma perciò non meno preoccupanti.
Molto stupefaciente è il fatto che la “Premessa” di una dozzina di pagine, riporti, parola per parola, la prefazione di Romano Prodi senza neppure citarla.

Il libro è estremamente interessante e istruttivo, esaminando ed approfondendo tutti gli strumenti finanziari usati dalla BCE nei limiti del suo statuto, denunciandone i limiti e le contraddizioni, e suggerendo, di conseguenza, gli interventi correttivi atti a salvare quella moneta incompiuta che è il nostro euro. Nelle sue analisi, è mia impressione che l’autore non abbia compreso appieno le potenzialità dei Certificati di Credito Fiscali i CCF che l’amico Stefano Sylos Labini sta promuovendo da tempo non senza difficoltà. Ma su questo tema mi riprometto di tornare con un altro intervento.

Il limite del libro sta negli stessi confini che l’autore si è posto; il libro affronta solo gli strumenti finanziari che incidono, aiutano o al contrario possono danneggiare l’economia reale, ma che non riusciranno mai a determinare incisivamente la maturazione dell’Unione europea, maturazione che solo l’economia reale, aiutata dalla finanza che deve essere al suo servizio, può fornire. Il libro cioè non affronta i temi dell’economia reale, ma di ciò l’autore è conscio, ignorando, ad esempio che l’equilibrio tra le diverse economie a diversa competitività, in mancanza dello strumento della svalutazione della moneta, passi anche attraverso un concreto e concordato livellamento della produttività delle economie dell’unione.

Ma arrivato a pagina 473, al capitolo “12.1 La necessità di una logica di mercato alla base della regolamentazione del settore finanziario”, leggo la seguente apertura: “Consideriamo dapprima l’industria finanziaria”.

Non c’è dubbio alcuno che la finanza, al servizio dell’economia reale, è in grado di dare contributi notevoli allo sviluppo economico. Ne sia di dimostrazione la seguente considerazione. Un operatore economico risparmia durante la sua attività, e ciò per una decina di anni, i fondi necessari per fare un sostanzioso investimento tecnologico produttivo. La finanza invece può fornire da subito i fondi necessari per quell’investimento tecnologico per cui con molti anni di anticipo l’innovazione può essere introdotta, sbaragliando la concorrenza e generando quei fondi necessari a ripagare quello che la finanza ha a suo tempo anticipato. Ma c’è anche un’altra considerazione; il primo operatore fa sacrifici per anni ed i frutti vengono goduti dal suo successore, mentre la finanza riesce a rendere sincronici sacrifici e vantaggi richiesti e generati dall’investimento, attuando, anche a livello macroeconomico, una solidarietà generazionale altrimente negata.

Quindi si può dire tutto il bene possibile della finanza al servizio dell’economia reale, ma non si può dire che essa sia una industria. (Un discorso a parte, non altrettanto virtuoso, si può dire della finanza che abbandona il servizio all’economia reale, per assumere una sua autonoma logica operativa, fonte del capitalismo finanziario e del suo fallimento).

La differenza fondamentale tra industria e finanza sta nel fatto che l’industria crea ricchezza reale e quindi anche finanziaria; la finanza, invece, non crea ricchezza, ma la sposta da un soggetto all’altro: di solito dagli outsiders a favore degli insiders. La meccanica della bolla speculativa è esemplare: per una ragione qualsivoglia un asset aumenta di valore e nella cessione il primo venditore ha un effettivo incremento di ricchezza; ed anche il secondo venditore ha un suo aumento di ricchezza e la catena degli arricchiti si accresce in un clima di paese dei miracoli.

Ma poi la crescita di valore arrivata a livelli insostenibili, si arresta e comincia a crollare. Insomma l’ultimo acquirente rimasto con il cerino in mano deve cercare di non perdere tutto e inizia una fase di svendite che riportano l’asset al suo valore razionale (valore-lavoro?). L’asset oggetto di questa bolla, è sempre stato lo stesso, non si è fisicamente accresciuto o migliorato, è sempre rimasto lì uguale a se stesso: non si è generata ricchezza ma si è spostata dagli outsiders a favore degli insiders.

Con notazione marxiana possiamo dire che l’industria sviluppa il percorso D-M-M’-D’ cioè la maggior quantità di denaro rappresentata da D’ ha alle sue spalle una maggior quantità di ricchezza M’; cosa che invece non esiste nella finanza che sviluppa invece il percorso D-D’ (ben anticipato da Marx) ovvero maggior massa di denaro non supportato da maggior quantità di ricchezza. Il percorso D-D’-D’’-D’’’…D’’-D ha come suo sottostante concreto (economia reale) sempre lo stesso asset e non maggior ricchezza.

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