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I CCF SECONDO MINENNA

di Renato Gatti

Premessa

Nel suo gradevolissimo libro “La moneta incompiuta” Marcello Minenna prende in esame i Certificati di Credito Fiscali come strumento per rompere la rigidità delle norme europee e dare un impulso positivo all’economia reale e quindi al PIL e, di conseguenza, ai parametri ad esso commisurati: deficit e debito, e last but not least l’occupazione.

La critica di Minenna

Riporto testualmente da pagina 430 del testo citato.
“Il fine esplicito del conferimento di questi titoli di credito sarebbe quello di far ripartire la domanda interna, con conseguenti ricadute positive sull’occupazione e sulla produzione; un’economia in recupero favorirebbe a sua volta l’ampliamento della base imponibile e questo fattore compenserebbe i minori introiti fiscali connessi con l’emissione dei certificati. In che maniera i CCF potrebbero stimolare i consumi e la produzione, visto che si tratta di sconti differiti nel tempo? Se i beneficiari dello sconto infatti tesaurizzassero i CCF per utilizzarli a scadenza, l’effetto complessivo nei confronti dell’economia reale sarebbe verosimilmente neutro, in quanto avremmo un aumento dei consumi privati in diretta corrispondenza con un aumento del deficit pubblico.

Dunque il meccanismo fondamentale utile ad innescare un effetto espansivo dei CCF sull’economia reale sta nella possibilità di usufruirne subito in cambio di beni e servizi, e questo può essere reso possibile solo attraverso la creazione di un mercato di scambio. Ovviamente gli offerenti sarebbero consumatori ed imprese, mentre in questa prospettiva il sistema bancario appare in prima linea nel garantire una costante domanda di CCF a sconto in cambio di liquidità. Meno chiare appaiono le motivazioni che dovrebbero spingere le aziende manifatturiere e commerciali a domandare CCF, in un contesto dove il credit crunch sta colpendo ancora molto duramente il sistema delle PMI.
Di conseguenza i CCF rischierebbero di essere un bonus una tantum al consumo privato e di finire accumulati nei bilanci bancari in attesa della loro scadenza. Considerato infatti che con molta probabilità la BCE non accetterebbe mai i CCF dalle banche come collaterale eligible per ottenere prestiti, questo strumento non riuscirebbe a circolare nemmeno sul circuito dei prestiti interbancari. Il mercato di scambio sarebbe asfittico se non assente. In un simile scenario, l’atteso effetto moltiplicativo sul PIL sarebbe assai basso, mentre i rischi per la finanza pubblica acquisirebbero un ben definito spessore.”

Le mie osservazioni

Il pericolo di tesaurizzazione segnalato da Minenna è indubbiamente il grosso rischio che pende sull’efficacia dei CCF. Non si avrebbe nel biennio alcuna spinta ai consumi e, alla fine del biennio, il risparmio derivante dal fatto di pagare le imposte con i CCF potrebbe a sua volta essere risparmiato senza alcun benefico effetto sull’ampliamento della base imponibile e quindi con un non neutro effetto sui conti pubblici.
Il pericolo tesaurizzazione potrebbe tuttavia essere evitato operando sui beneficiari dei CCF; Minenna individua questi beneficiari nei consumatori e nelle imprese, immagina cioè una specie di helicopter money distribuito a pioggia a consumatori e imprese.

A mio parere invece i CCF dovrebbero essere finalizzati e incanalati in un percorso virtuoso che da una parte eviti la tesaurizzazione e dall’altra agisca in modo diretto, e non in modo derivato, sulla produzione e sul PIL.
Intendo dire che, fintanto che in Europa non passa il criterio della golden rule di Delors, per cui gli investimenti non sono conteggiati nel deficit, i CCF potrebbero aggirare questo ostacolo.
Un piano di investimenti pubblici con moltiplicatore > 1 potrebbe essere varato dal governo (penso ai ritardi che abbiamo nella rivoluzione 4.0) e le commesse potrebbero essere proposte alle imprese con la clausola che gli stati di avanzamento saranno pagati con CCF, e questi CCF potranno in seguito essere scontati in banca ovvero usati per pagare i fornitori o anche i dipendenti.

Con questo sistema avremmo i seguenti vantaggi: i CCF non vengono tesaurizzati, i CCF finanziano investimenti con moltiplicatore > 1 e quindi minimizzano il rischio che nei due anni successivi non si sia creato imponibile fiscale sufficiente a compensare il mancato introito fiscale, gli investimenti finanziati dai CCF mettono in moto la produzione e pagano salari e stipendi che si riversano sui consumi e sull’occupazione, i consumi generati sono a bassa incidenza di import content quindi si minimizza il rischio che la maggior disponibilità creata dai CCF si trasformi in importazioni vanificando l’effetto benefico sui consumi interni, infine fintantoché i CCF circolano tra operatori economici, come pagamento di fornitori, di salari, di consumi etc. si decongestiona l’afflusso di CCF alle banche quale unico ed ultimo destinatario dei CCF stessi.

Usare i CCF come pseudomoneta per finanziare gli investimenti richiede d’altra parte una seria gestione degli investimenti da programmare, un controllo che essi siano a moltiplicatore > 1, che siano eseguiti senza ingerenze corruttive: tali investimenti necessitano di una managerialità tale, di una accountabilità seria che purtroppo la storia del nostro paese non ci garantisce.

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