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LA RIVOLUZIONE 4.0 E LA SOCIALIZZAZIONE

di Renato Gatti

Premessa

La rivoluzione 4.0 che stiamo vivendo ci pone una serie tematiche che vanno affrontate con senso di classe. Dobbiamo analizzarla ma anche, traendone le conseguenze, impostare gli strumenti che ci aiutino a governarla nel senso consono ai nostri principi.

Esaminiamo allora le tematiche che la rivoluzione 4.0 pone all’attenzione di chi voglia governare questo processo:

  • La rivoluzione 4.0 comporta la liberazione dal lavoro e rende il processo produttivo più consono alla libertà dell’uomo. Essa perciò va promossa e incentivata.
  • Essa richiede, in un primo tempo, un profondo arricchimento della qualità del residuo lavoro incentivando la professionalizzazione della mano d’opera e, preliminarmente, la riqualificazione delle professionalità esistenti. Corsi di riqualificazione e formazione professionale sono quindi da promuovere, prendendo in considerazione anche tutto il percorso della formazione scolastica.
  • In un tempo più avanzato la rivoluzione 4.0 comporterà una ristrutturazione del modo di lavorare, modo nel quale la robotizzazione e la digitalizzazione sostituiranno il lavoro umano fino a portare in uno scenario futuribile, ma non così lontano, alla scomparsa del lavoro come fattore della produzione.
  • In un mondo in cui tutto sarà prodotto dalle macchine nelle stesse quantità, o anche maggiori, e anche meglio; in un mondo in cui finisce il capitalismo fondato sul lavoro salariato, si pone come elemento primario trovare un nuovo modello redistributivo che non consideri più come parametro redistributivo il tempo di lavoro.

Non nascondiamoci che la proprietà dei mezzi di produzione in mano al capitale può trasformare il vecchio capitalismo in una nuova forma di schiavismo dove tutto viene deciso dal capitale; chi ha diritto a cosa in che misura e con quali modalità. Oppure, come già anticipava il Nobel James Meade, la socializzazione dei mezzi di produzione può rappresentare un percorso razionale per l’umanizzazione del processo e il prodotto sociale potrà essere redistribuito assumendo come parametro il contributo volontario che ciascuno vorrà dare alla comunità per raggiungere obiettivi sociali democraticamente scelti.

Come impostare concretamente questo percorso? Affronterò nei paragrafi successivi questo interrogativo avendo come principio primario la liberazione del lavoro.

Incentivare e promuovere la rivoluzione 4.0

Ritengo che l’incentivazione data dal ministro Calenda alle imprese che investono in tecnologie 4.0, sia un’operazione che va nel giusto verso. Le molte, ma ancora poche, pare il solo 12%, imprese che hanno investito in nuove tecnologie, anche grazie al super-ammortamento e all’iper-ammortamento, sono quelle che fanno aumentare il PIL, che portano la bilancia commerciale in attivo, che rilanciano, anche se in misura insufficiente, l’economia del nostro Paese. Il ministro Calenda dimostra di essere uomo che sa fare politica non essendo un politico e a mio avviso l’unico ministro che ci capisce qualcosa di economia.

Va sottolineato che se la bilancia commerciale è attiva ed il target 2 è invece negativo, sono i movimenti di capitale (le fughe dei capitali) a rovesciare il saldo.

Penso sempre a cosa si sarebbe potuto fare investendo con intelligenza nella rivoluzione 4.0 i 10 miliardi annui che sprechiamo con gli 80 euro; quali miglioramenti alle infrastrutture informatiche, alla banda larga, alla hubizzazione della logistica energetica; insomma se invece di investire in una politica da “helicopter money” si fosse adottata una politica di investimenti pubblici con la visione di uno “stato innovatore” alla Mariana Mazzucato, la politica economica ed i risultati sarebbero ben diversi.

La riqualificazione professionale

Trovo altresì lodevole l’incentivazione alla formazione del personale rivolta ad una riconversione verso una professionalità 4.0. Anche quì gli incentivi di Calenda che contribuiscono per il 40% ai costi di formazione e riqualificazione, vanno nel verso giusto.

Meno apprezzabile quanto si fa nella scuola; ho sentito in un dibattito che in Italia frequentano gli istituti professionali ben9.000 ragazzi, in Francia pare siano 250.000, in Germania 800.000. Con queste cifre si capisce perchè le imprese sono alla ricerca di personale digitalizzato da assumere e in un paese con la disoccupazione all’11% (quella giovanile sopra al 30%) non trova risposte adeguate.

La redistribuzione del prodotto sociale

Su questo fronte, invece, non vedo nessuna proposta non solo da parte del governo, ma anche da parte di partiti, sindacati o intellettuali (salvo sporadiche eccezioni, in primis il prof. De Masi).

Qualcosa potrebbe vedersi nella proposta di reddito di cittadinanza fatta dai 5 stelle, ma se il senso, la direzione potrebbe essere quella, non vedo nella filosofia retrostante a quella proposta una risposta alla rivoluzione 4.0, vedo invece una inconsistente ricerca di consenso vuota di concreto substrato argomentativo.

Non parliamo poi della pioggia di bonuses che sono stati varati in questi ultimi anni. Mi paiono interventi erogati senza progettualità e senza  capacità di incidere positivamente sulla ripresa economica ispirati da una filosofia assistenzialistico-paternalistica di un’era ormai estinta. Eppure, tra non molti anni, gli effetti della rivoluzione 4.0 in termini di liberazione dal lavoro, in termini di posti di lavoro distrutti e non sostituiti, in termini di scomparsa sempre più estesa del lavoro si porranno e potrebbe essere troppo tardi per affrontarli senza sconvolgenti uragani sociali.

La socializzazione dei mezzi di produzione

La socializzazione dei mezzi di produzione, facile a pronunciarsi, è invece molto difficile a realizzarsi in termini pratici. La mia proposta nasce da alcune semplici considerazioni:

  • gli incentivi dati alle imprese non possono essere considerati come aiuti che lo Stato dà alle imprese affinchè queste diventino più competitive a favore della redditività del capitale
  • gli incentivi vanno invece considerati come un investimento che la comunità tutta fa nelle imprese che investono a beneficio di una crescita del sistema produttivo del Paese;
  • quegli incentivi non possono essere tradotti in minori imposte che le imprese debbono pagare e quindi in maggiori dividendi che possono essere distribuiti al capitale senza nessun meccanismo che garantisca che quegli utili siano reinvestiti in attività produttive anzichè essere attratti dalle sirene della finanza;
  • quegli incentivi vanno invece considerati come apporto di capitale fatto dalla comunità che vanno accantonati in un fondo socializzazione che va ad incrementare il capitale sociale e come tale comporta tutti i diritti che una quota parte del capitale sociale ha ovvero partecipazione agli utili e presenza nella gestione aziendale come previsto nel titolo terzo della parte seconda della nostra Costituzione.
  • tanto per essere pratici, ragionieristicamente, si procederà come segue: il calcolo delle imposte verrà calcolato come se non ci fossero gli incentivi “Calenda” ma la contropartita sarà la cassa (o i debiti verso l’erario) per il minor importo dovuto grazie agli incentivi e il fondo socializzazione per l’importo risparmiato grazie agli incentivi stessi.
  • si possono prevedere altre forme di finanziamento di questi “fondi socializzazione”; penso ad esempio a aumenti salariali non monetizzati ma destinati all’incremento di questi fondi o altre formule contrattualisticamente o legislativamente adottate.
  • gli utili spettanti a questi “fondi socializzazione” gestiti da rappresentanti del mondo del lavoro e della comunità tutta, saranno statutariamente non distribuibili, ma saranno vincolati al reinvestimento essendo il loro scopo quello di aumentare il potenziale produttivo del sistema Paese.

Nel tempo, come prevedeva il piano Meidner, la proprietà sociale dei fondi socializzazione si estende e si rafforza; sarà necessario prevedere che con una visione globale, tali fondi si possano essere trasferiti da un’impresa ad altre più promettenti da un punto i vista innovativo, divenendo organo della comunità per la socializzazione dei mezzi di produzione. Alla fine quando fosse finita la presenza del lavoro nel processo produttivo, i fondi socializzazione garantiranno la realizzazione di un nuovo modello redistributivo adeguato alle novità apportate dalla rivoluzione 4.0.

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