Lavorare meno, lavorare tutti, socialismo, sinistra, Spagnuolo, Santoro Convergenza

LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI. INTRODUZIONE

Tratto dal documento politico su lavoro e previdenza del partito della Convergenza Socialista. Parte I

Tasso di disoccupazione in Italia è intorno al 12% (dati 2016/2017). La percentuale di disoccupati fino ai 24 anni di età è al 40% pari a 644-mila giovani. Tra i 25 e i 34 anni di età ci sono in Italia 877-mila disoccupati; tra i 35 e i 49 anni siamo a più di un milione. Bisogna però considerare che queste percentuali non tengono conto di chi il lavoro non lo cerca più. E’, quindi, plausibile supporre che il numero dei disoccupati sia in effetti molto maggiore. Meglio i lavoratori anziani, solo 500 mila disoccupati, che in realtà con la legge Fornero hanno difficoltà ad andare in pensione precludendo di fatto un cambio generazionale nei posti di lavoro.

Dal lato retribuzioni, invece, gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano gli sforzi dei lavoratori ma, allargando la cerchia sociale dei “poveri retribuiti”, sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. Qui va anche peggio. Essendo l’Italia sotto alla media Ue, quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni è arrivato solo al 20% più ricco.

Un tema sul quale fare attenzione: le già presenti, ma soprattutto future, trasformazioni delle attività economiche e produttive, che porteranno l’evoluzione tecnologica a una diminuzione de facto del lavoro a disposizione. In un contesto di minore lavoro disponibile e per evitare una guerra tra poveri che tenderebbe ad un ribasso della qualità del lavoro e delle tutele associate purché si lavori, dovremo trovare le soluzioni giuste affinché si lavori tutti e si lavori meno, la sua qualità e retribuzione sia soddisfacente. In futuro non ci sarà alternativa al ‘lavorare meno, lavorare tutti’. Ci sarà la possibilità per il lavoratore di un personale miglioramento ‘umano’.

Occorre, quindi, ridefinire le direttrici di una politica industriale, ecologicamente compatibile, nel nostro Paese.

Oggi l’Italia sembra arenata, senza un minimo di pianificazione per il futuro. Una mancanza che ci pone in ritardo rispetto ad alcuni dei più importanti Paesi europei quali la Francia, la Gran Bretagna e la Germania.

L’Italia è un Paese con un tessuto produttivo composto prevalentemente da piccole imprese e, quindi, piccoli investimenti, che per troppo tempo si è convinta che bastassero milioni di partite Iva per una economia competitiva e sostenibile. Purtroppo non è così, e in un mondo globalizzato, ad alta competitività industriale con enfasi sull’export, attivare i grandi poli dell’economia italiana nei settori dell’informatica, della chimica, della farmaceutica, dell’elettronica, e via discorrendo, diventa prioritario. Le motivazioni di tale priorità sono riassumibili in tre punti:

1. una galassia di piccole-medie imprese puntellate da grandi centri dell’innovazione industriale e dell’avanzamento tecnologico è in grado di sopravvivere a momenti di lunga crisi in quanto continua ad attingere commesse, e quindi lavoro, da chi può competere globalmente in momenti difficili.

2. i grandi poli dell’economia contribuiscono enormemente alla crescita professionale di risorse umane altrimenti perdute.

3. solo un tessuto produttivo con grandi punti di riferimento può sperare di risollevare un’economia di piccole-medie imprese impantanate in una crisi profonda.

Sfruttiamo, allora, gli assist che ci vengono dall’Europa e, quindi, le direttive europee definite in “Europa 2020” in cui la Commissione Europea ha riassunto alcuni aspetti importanti in materia di politica industriale verso cui gli Stati membri sono “invitati” a convergere: investimenti nelle nuove tecnologie e nell’innovazione, miglioramento delle condizioni di mercato, sostegno all’accesso ai finanziamenti, sostegno agli investimenti in capitale umano e competenze.

In questo contesto, l’Italia dovrebbe puntare su tre priorità di crescita economica individuate nello sviluppo economico basato sulla conoscenza e sull’innovazione; nella promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; nella valorizzazione di un’economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

Per il raggiungimento di questi obiettivi ci si pone alcune iniziative tra cui tre fondamentali, che il nostro Paese dovrebbe perseguire:

· Favorire una politica industriale con lo scopo di sviluppare una base industriale solida e sostenibile in grado di competere globalmente;

· creare un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro modernizzando i mercati occupazionali e permettere ai lavoratori di migliorare le proprie competenze;

· definire una piattaforma europea contro la miseria ridistribuendo in modo equo i benefici della crescita e i posti di lavoro.

Una volta che il lavoro c’è e il lavoratore è tutelato nel suo lavoro e nel suo futuro in quanto essere umano, egli si trova inserito nell’ambiente e nel territorio a cui contribuisce direttamente a renderne migliore la qualità della vita, in quanto i bisogni soddisfatti sul territorio divengono misura economica (non più solo finanziaria) del proprio rendimento lavorativo, generando un circuito virtuoso di servizi sociali che inevitabilmente portano anche alla cura dell’ambiente circostante.

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