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RIFARE L’ITALIA!

Il socialismo contro la crisi del Paese

Discorso di Filippo Turati alla Camera dei Deputati
a cura di Daniele Colognesi


Presentiamo nelle pagine che seguono il lungo discorso pronunciato da Turati il 26 giugno del 1920 davanti alla Camera dei Deputati. Si tratta di un documento importante che, riletto quasi un secolo dopo, nonostante le profonde trasformazioni del Paese, si rivela ancora attuale, soprattutto nel metodo. Allora come oggi c’è una nazione, l’Italia, praticamente allo sbando: economicamente, socialmente, politicamente e moralmente; un paese che potrebbe ritrovare la strada maestra mediante la collaborazione (anche se solo temporanea) tra le sue classi sociali produttive: i lavoratori, i tecnici e quella parte dell’imprenditoria ancora sana e innovatrice.

È quindi uno dei testi più significativi della tradizione socialista italiana ed è ispirato al metodo della pianificazione e delle riforme di struttura, condivise dai lavoratori con i settori più dinamici e moderni del mondo imprenditoriale e delle professioni tecniche. Un sottile filo rosso lo lega idealmente alle elaborazioni di Rodolfo Morandi della fine degli anni ‘40 e ai programmi socialisti del primi governi di centro-sinistra. Nell’idea di Turati l’importanza del discorso traspare subito dal suo titolo, che è quanto mai emblematico e destinato a essere più volte ripreso da altri: «Rifare l’Italia!».
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L’ATTUALITA’ DI TURATI

di Manuel Santoro, segretario nazionale

Ci sono alcuni spunti interessanti emersi dai due interventi, di Colognesi e di Bagnoli, su Filippo Turati pubblicati sulla nostra rubrica. Interventi che mi permettono alcune riflessioni.

Inizio, prima di tutto, ringraziando Paolo Bagnoli per aver contribuito alla discussione sul messaggio tuttora attuale di Turati e, auspicando una proficua collaborazione in futuro, voglio chiarire con chi legge che apprezzo di Bagnoli la schiettezza umana e la chiarezza politica, qualità abbastanza scarse nel mondo socialista odierno ma del tutto necessarie se si ha l’obiettivo di una seria ‘rifondazione’ del socialismo italiano. Sarà forse che reputo non rinviabile intavolare relazioni politiche con persone serie e lavoratrici, dalla dialettica chiara e dalla progettualità precisa, che con me condividono l’avversione per i doppiogiochisti e i furbetti. Il mio senso di responsabilità mi indica sempre la via, e il mio quotidiano lavoro politico ha un unico obiettivo. Rianimare il socialismo italiano, renderlo politicamente e organizzativamente autonomo, e il problema si pone in quale direzione e con chi.

Il primo e ineludibile punto sul quale organizzare un ragionamento è racchiuso in una semplice domanda. Cosa è il socialismo, quali sono i suoi obiettivi politici e sociali.
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RIPENSARE FILIPPO TURATI

di Paolo Bagnoli

Il riproporre, come ha fatto “Convergenza Socialista”, la figura di Filippo Turati è sicuramente meritevole di attenzione. Per due sostanziali motivi: il primo riguarda la conoscenza del leader fondativo del socialismo italiano; il secondo perché il solo riferimento a Turati evoca, subito, suggestioni che interrogano il nostro presente e, tanto più, ciò vale per chi continua a credere, nonostante le repliche amare della nostra storia recente, che il problema del socialismo in Italia continui a essere all’ordine del giorno. E lo è tanto più se si vede come una rinascita ideale-politico-organizzativa, nonostante vi siano abbastanza diffuse sul territorio energie disposte a battersi in tal senso, non solo stenta ad alzare la testa, ma, pregiudizialmente, a porsi nella condizioni per cercare di rialzare la testa. Le osservazioni un po’ fanciullesche che, in perfetta buona fede peraltro, ogni tanto si alzano da questi microcosmi per ammonire che uno spazio di ripresa ci sarebbe, non costituiscono un dato politico. In politica, infatti, lo spazio c’è sempre, che lo si sappia conquistare e non è sufficiente lanciare una qualche iniziativa perché ciò avvenga. Occorre programmare un progetto che segua organicamente all’intenzione e le possibili, subito agguantabili, soluzioni organizzative, sono solo una corsa sul posto. Occorre all’intenzione far seguire la chiarezza sulle idealità, su come si vuole stare nella storia, quali forze si vuole rappresentare; significa fare dell’intenzione un progetto politico e muoversi lungo la definizione che ci offre un pensiero compiuto. E, significa altresì, puntare a dare forma al soggetto che non può essere il vecchio PSI travolto dal craxismo – e qui il discorso ci porterebbe lontano e non è questa la sede per farlo – ma dalla vicenda del PSI, il soggetto storico per eccellenza del socialismo italiano non si può nemmeno prescindere in un rapporto serio di continuità di funzione storica e di innovazione metodologica. Naturalmente occorrono idee che tengano conto della lotta che occorre aprire nel presente storico che viviamo senza, con ciò, affogare nel presentismo poiché la rinascita del socialismo in Italia implica una non ineludibile scommessa con la storia. Una scommessa duplice in quanto a essa è legata la più generale questione della sinistra; di quella vera, anch’essa cancellata soprattutto per responsabilità delle scelte compiute dai postcomunisti dalla fine del PCI in poi.
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LA “PROFEZIA” DI TURATI DEL 1921: IL SOCIALISMO CONTRO LA VIOLENZA POLITICA

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

brevissima introduzione al discorso di Filippo Turati al XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano

Nel gennaio del 1921 si svolge a Livorno il famoso XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, quello che segnerà la scissione dei cosiddetti “comunisti puri” di Antonio Gramsci e Umberto Terracini (de “L’Ordine Nuovo” di Torino) e di Amadeo Bordiga (de “Il Soviet” di Napoli), con la conseguente nascita del Partito Comunista d’Italia. Ciò che può facilmente sorprendere il lettore è il fatto che lo scontro maggiore non avviene tra i futuri comunisti e l’ala “destra” riformista di Filippo Turati e Claudio Treves, ma tra i primi e i cosiddetti “socialisti comunisti” di Giacinto Menotti Serrati. Questi ultimi erano gli eredi della vecchia “sinistra” massimalista del PSI e detenevano l’egemonia del partito già dal XIII Congresso Socialista di Reggio Emilia del 1912. Entrambi i gruppi volevano all’adesione del PSI alla Terza Internazionale (il Komintern) e si definivano “marxisti rivoluzionari”: erano favorevoli a una presa del potere con mezzi violenti, come in Russia, e alla successiva instaurazione di un sistema di governo di tipo sovietico.
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