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L’IMPOVERIMENTO È APPENA COMINCIATO

di Giandiego Marigo

Le cifre sono molto alte, si parla di 46 miliardi di euro nel passaggio dal retributivo al contributivo. Una cifra sensibile e molto pesante. Anche se, diciamolo, c’è sempre un margine di arbitrarietà e di mistero attorno a queste affermazioni.

C’è, però, un’altra considerazione da fare, di cui si preferisce parlare poco o nulla o forse, peggio, si preferisce non parlare affatto. Questa considerazione è “chi pagherà lo scotto” di questo risparmio, eventuale ed ipotetico?

Oggi moltissimi giovani, molti più di quanti ci piaccia pensare, si sorreggono sulla certezza di vecchie pensioni retributive degli anziani di casa. È davvero inutile nascondersi una realtà che qualsiasi anziano ultra-sessantacinquenne potrebbe narrare con dovizia. Oggi i pensionati sono un Bancomat d’emergenza per moltissime famiglie che vivono ai limiti.
Questo dato viene taciuto, non se ne parla, ma il graduale passaggio al contributivo, contribuirà in modo violento e traumatico all’impoverimento reale delle famiglie ed i tempi di questo trauma vanno via via abbreviandosi con l’avanzare dell’età dei pensionati che ancora godono di pensioni decenti.
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PROGRAMMA POLITICO DEL PARTITO. POLITICAL PLATFORM OF THE PARTY

In englishPOLITICAL PLATFORM OF SOCIALIST CONVERGENCE

Il seguente programma sarà rivalorizzato ed ampliato dai dipartimenti di lavoro del partito.

LE MACRO LINEE GUIDA di CONVERGENZA SOCIALISTA:
1) sul piano economico, la nazionalizzazione delle risorse naturali e dei servizi di base, incluso quello bancario;
2) sul piano sociale, piena ed equa ridistribuzione della ricchezza;
3) sul piano politico, la piena rappresentativita’ nelle istituzioni affinche’ nazionalizzazione equivalga a socializzazione e non sia un processo in mano a pochi.

La priorità di Convergenza Socialista è ripensare un Nuovo Stato Sociale, e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale in cui ci ritroviamo.

Prima di tutto dobbiamo comprendere che il nostro compito è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Questo richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che dobbiamo adoperarci lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarci per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarci per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali.

Terzo, adoperarci affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una forza socialista per la povera gente che rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista.
Dovremo, quindi, da subito, puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare radicandoci nei territori. Un movimento dei molti contro una politica di semplice ricerca di cartelli a fini elettoralistici. Oggi un partito la cui esistenza risiede prettamente nei suoi fini ellettoralistici non ha alcun senso politico e sociale, e non è strumento di un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Quarto, adoperarci affinché si torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne puntando alla realizzazione di un nuovo Stato sociale.

I dieci punti di CS

01 – In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie Z, cioè, individui spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.

02 – Per superare la grave crisi economica occorre costituire in Italia e in Europa un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi istruirsi e difendersi legalmente.

03 – La creazione di un Nuovo Stato Sociale deve diventare la ‘priorità delle priorità’, da effettuare a qualsiasi costo e sacrificio. E’ un’esigenza che riguarda e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo ordinato.

04 – Per Stato Sociale non s’intende Stato Assistenziale, caritatevole. Stato Sociale significa consentire a tutti i cittadini, in cambio di prestazioni socialmente utili e possibilmente redditizi per lo Stato, la possibilità di guadagnare l’indispensabile per vivere dignitosamente.

05 – Naturalmente alle persone disabili, agli anziani e a tutti coloro che oggettivamente sono impossibilitati a compiere una qualsiasi attività va riconosciuto un adeguato sostegno economico.

06 – Per raggiungere questi obiettivi lo Stato dovrà tornare a essere il principale erogatore e controllore dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, l’elettricità, il gas, l’acqua, l’ambiente, ecc. Servizi che dovranno essere erogati dallo Stato senza finalità di lucro ma in maniera efficiente e concorrenziale con i servizi forniti dai privati.

07 – Il finanziamento del Nuovo Stato Sociale richiederà la creazione di un capitolo di spesa autonomo, identificabile con un Fondo Sociale gestito da una banca pubblica senza finalità di lucro e socialmente utile.

08 – Il Fondo Sociale potrà essere alimentato: a) dal cambio di destinazione di numerose imposte ‘improprie’ gravanti sulla benzina (ad esempio, per la guerra di Abissinia del 1935 o per la crisi di Suez del 1956); b) da un’adeguata valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico e archeologico (il più grande del mondo) che oggi frutta pochissimo alle casse dello Stato (basti ricordare che il museo del Barcellona calcio incassa quasi lo stesso del Colosseo).

09 – L’utilizzo delle risorse provenienti dal patrimonio culturale e archeologico non va considerato una regalia concessa ai poveri ma un’eredità lasciata a tutti gli italiani dalle generazioni precedenti.

10 – L’introduzione di un Nuovo Stato Sociale richiede l’affermazione in larghi strati della popolazione di una nuova coscienza nazionale, basata sul recupero dei valori sociali. Questo compito, anche in un’ottica di lungo termine, dovrà in buona parte essere assolto dal potenziamento dell’Educazione civica nelle scuole.

Bozza di Programma Politico

Democrazia e Costituzione

Legge elettorale, ripudio della guerra ed abolizione del finanziamento pubblico alle scuole private

Legge elettorale

La libertà di votare il soggetto politico più vicino alle proprie idee e l’eguaglianza tra tutti i cittadini nell’avere diritto ad essere rappresentati nelle istituzioni della Repubblica, ed in particolar modo in Parlamento, rende la piena rappresentatività un obiettivo da perseguire e da raggiungere. Proponiamo un sistema elettorale proporzionale in cui gli eletti siano scelti con il voto di preferenza.

Attuazione dell’Articolo 11 della Costituzione

L’Art. 11 cita chiaramente che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Puntiamo sulla riduzione drastica delle spese sugli armamenti, soprattutto quelli offensivi, e chiediamo di verificare se, con il denaro pubblico, vengano sovvenzionate aziende che producono componentistica per mine antiuomo. In questo senso, gli organismi internazionali acquistano importanza strategica nella risoluzione delle controversie a livello mondiale. Chiediamo il rafforzamento del ruolo strategico delle Nazioni Unite come principale interlocutore e paciere dei conflitti internazionali.

Attuazione dell’Articolo 33 della Costituzione

L’Art. 33 cita che la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi, mentre enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. Chiediamo con forza allo Stato l’abolizione della legge 62/2000 sul finanziamento delle scuole private con soldi pubblici. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente, la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

Economia

Qualità della vita, rinnovata politica industriale e sistema bancario socialmente utile

Qualità della vita come indicatore economico

L’indicatore più diffuso ed usato per valutare il benessere di un Paese è il Prodotto Interno Lordo (P.I.L.). Il P.I.L., però, è solo un indice di quantità e non di qualità. Misura, cioè, solo il valore di quello che viene prodotto da un Paese in un anno. Il P.I.L. non tiene conto di quei beni che non hanno un mercato e, quindi, richiedono una misura qualitativa. Non misura i costi indotti dalle attività produttive come inquinamento e sfruttamento non sostenibile delle risorse. Non misura la qualità della spesa pubblica. Proponiamo, quindi, di utilizzare un indicatore qualitativo (e.s. Q.U.A.R.S. – Indice di Qualità Regionale dello Sviluppo – Sbilanciamoci.org) come vero indicatore di benessere di un Paese. Il Q.U.A.R.S. descrive un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità, la sostenibilità e la solidarietà in quanto rappresenta e sintetizza quattro indici: l’indice di Sviluppo Umano, elaborato dall’O.N.U.; l’indice di Qualità Sociale, composto da indicatori su sanità, salute, scuola e pari opportunità; l’indice di Ecosistema Urbano, ottenuto da Legambiente; l’indice di Dimensione della Spesa Pubblica, che valuta i livelli di spesa su istruzione, sanità, ambiente ed assistenza.

Ripensare la grande industria

Ridefinire le direttrici di una politica industriale, ecologicamente compatibile, nel nostro Paese è a dir poco necessario se si vuole affrontare con coraggio e senza illusioni il problema del lavoro e della crescita economica. L’Italia è un Paese con un tessuto produttivo composto prevalentemente da piccole-medie imprese e, quindi, da piccoli investimenti, che per troppo tempo si è convinta che bastassero milioni di partite Iva (Tremonti dixit) per una economia competitiva e sostenibile. Purtroppo non è così, e in un mondo globalizzato, ad alta competitività industriale con enfasi sull’export, attivare i grandi poli dell’economia italiana nei settori dell’informatica, della chimica, della farmaceutica, dell’elettronica, e via discorrendo, diventa prioritario. Per tre motivi: Primo, una galassia di piccole-medie imprese puntellate da grandi centri dell’innovazione industriale e dell’avanzamento tecnologico è in grado di sopravvivere a momenti di lunga crisi in quanto continua ad attingere commesse, e quindi lavoro, da chi può competere globalmente in momenti difficili; Secondo, i grandi poli dell’economia contribuiscono enormemente alla crescita professionale di risorse umane altrimenti perdute; Terzo, solo un tessuto produttivo con grandi punti di riferimento può sperare di risollevare una economia di piccole-medie imprese impantanate in una crisi profonda. Puntiamo, quindi, su tre priorità di crescita economica individuate nello sviluppo economico basato 1) sulla conoscenza e sull’innovazione; 2) sulla promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; 3) sulla valorizzazione di una economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

Sistema bancario socialmente utile

Le famiglie e la piccola impresa sono i soggetti più in difficoltà durante lo svolgersi delle crisi economiche anche per il fatto che, allo scoppio di una crisi, il sistema bancario tende a chiudere i rubinetti del credito. Il fattore cardine che non aiuta famiglie, lavoratori e piccola impresa (i soggetti cioè più vulnerabili in quanto privi di assets importanti la cui vendita potrebbe comportare riduzione di debito accumulato oppure “downscaling” tipico delle grandi aziende e multinazionali) ad uscire da situazioni economiche e sociali difficili è nell’inutilità sociale del nostro sistema bancario. Oggi la produttività in tanti settori dell’economia è crollata, e con essa è aumentata la disoccupazione. Si spende troppo poco. La spesa per l’edilizia residenziale e per i beni di consumo è in calo. Sono in calo gli investimenti delle imprese. La spesa complessiva è in netto calo. Il problema è in una domanda troppo bassa. Quando si è immersi nella fase espansiva dell’economia due fenomeni tendono a coesistere. Un forte sviluppo dell’edilizia residenziale ed una elevata spesa per consumi. Prima della crisi del 2008 entrambi i fenomeni erano indotti dai prezzi sempre più alti delle case i quali avevano causato sia un boom dell’edilizia sia un eccesso di spesa da parte dei consumatori (che si sono sentiti più ricchi per una più alta offerta di moneta). Un aumento di spesa dei consumatori porta ad una diminuzione delle scorte dei beni prodotti, quindi, ad un aumento della produzione e, quindi, dell’occupazione. Durante queste fasi espansive, un aumento delle capacità produttive dovute ad un aumento sostenuto della domanda porta le imprese ad espandersi, in dimensione e geograficamente, anche chiedendo soldi al sistema bancario. Il dramma per le famiglie, i lavoratori e le piccole imprese sorge quando l’innalzamento generale dei prezzi è sorretto, in una delle sue voci, da una bolla la quale esplodendo porta giù tutto il resto. Una bolla non significa altro che il prezzo di un bene è salito nel tempo in modo del tutto irragionevole, senza alcuna motivazione reale, coinvolgendo così in questa salita i prezzi di altri beni. Nel momento in cui una di questi fattori cade, l’intero castello tende a crollare e ci si avvia rapidamente verso il baratro. Ognuno, nel suo campo di influenza, corre a difendere il difendibile. Le banche che stavano, sino a quel momento, facendo soldi prestando denaro ad altre banche, imprese e famiglie, chiudono i rubinetti del credito. Le famiglie indebitate durante la fase espansiva in cui l’offerta di moneta era alta ed in grado di ripagare i propri debiti, non riescono più a pagare soprattutto se i debiti sono elevati ed il prezzo del bene contratto cala rapidamente. Una azienda che si è obbligata contrattualmente a dedicare la maggior parte del flusso di cassa al rimborso del debito sostenuto per finanziare una acquisizione oppure una espansione aziendale, potrebbe andare in insolvenza se le vendite calano. Il rallentamento repentino dell’economia dovuto allo scoppio di una crisi che coinvolge l’intera società, crea una situazione in cui quasi tutti i debitori si trovano costretti ad agire rapidamente per ridurre i propri debiti. Sta di fatto che solo chi possiede risorse monetarie aggiuntive e/o extra assets vendibili sul mercato, è in grado di far fronte al dramma di una crisi di sistema. Ora, quando le crisi sono gravi e vi è un congelamento forte della liquidità complessiva, il pensiero economico si rivolge alla politica monetaria mettendo in moto due strumenti essenziali:l’incremento dell’offerta di moneta e l’abbassamento dei tassi d’interesse. Si procede, quindi, con misure di politica monetaria senza toccare la leva fiscale oppure la spesa per investimenti. Ci si accorge allora, come durante l’ultima crisi, che un contesto di trappola di liquidità è seriamente possibile. Questo significa che la domanda è ancora troppo debole e le grandi banche (coloro beneficiare tra l’altro dei vari quantitative easing) non prestano per l’inconvenienza (o mancaza di profitto) di farlo a tassi troppo bassi ed in un contesto sociale (alta probabilità di insolvenza) troppo incerto. E’ evidente allora come sia necessario, soprattutto per la sua utilità durante le fasi di crisi economiche e sociali, riconvertire o parallelizzare un sistema bancario a tenuta privata con uno che sia un servizio socialmente utile. Un sistema bancario che aggredisca e risolva il problema del credito soprattutto per le famiglie e le piccole imprese e che, quindi, abbia l’effetto di agire direttamente sulla ripresa economica agendo sui consumi ed investimenti.

Lavoro e Società

Il lavoro e la qualità della vita, salute e sicurezza, stipendi della politica

Il rapporto lavoro – qualità della vita

Avere un lavoro è necessario per vivere. Avere un lavoro che piace, invece, è necessario per vivere con una certa qualità. In tutta Europa, la lotta alla disoccupazione è percepita come uno dei principali mezzi per migliorare le condizioni economiche e sociali nella vita familiare. A rafforzare il binomio lavoro-qualità della vita è l’idea che l’esercizio di un’attività professionale sia strettamente legata alla soddisfazione nella vita sociale. Un lavoro appagante porta ad avere contatti sociali, autostima ed una migliore qualità della vita. La disoccupazione di lunga durata, invece, è causa essenziale della povertà e del conseguente deterioramento degli standard di vita. E’ evidente, allora, che una politica economica che si concentri sul lavoro in quanto tale senza prendere in considerazione la qualità della vita dell’individuo sia una politica deficitaria che manca di analizzare il problema lavoro da una prospettiva più ampia e di lungo periodo. Proponiamo di perseguire una politica economica che, sul tema lavoro, concili l’occupazione con la qualità del lavoro e, quindi, con la qualità della vita dei cittadini.
Salute e sicurezza sul lavoro sono la priorità

La Corte di Cassazione ha ribadito, con la sentenza n. 31679 datata 11 Agosto 2010, che “il datore di lavoro deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi a informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi del lavoro”. L’essere “garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore” dovrebbe altresì includere, da parte del datore di lavoro, la salvaguardia di tutti quei lavoratori esposti a fonti altamente inquinanti con danni ingenti per la salute. Detto questo, vogliamo la riconversione delle aziende inquinanti e, quindi dei luoghi di lavoro altamente nocivi per il lavoratore, in aziende a basso o nullo impatto ambientale in modo tale da garantire “l’integrità del lavoratore”.

Stipendi della politica

Gli stipendi dei politici, dai consiglieri comunali e regionali agli assessori, dai sindaci ai presidenti di regione, sino ai nostri Parlamentari, sono costantemente aumentati negli anni. Questo aumento è avvenuto ed avviene in un Paese dove il reddito medio dichiarato è di poco meno i 20.000 euro. E’ indubbio che, in questi numeri, molto c’è tra nero ed evasione fiscale. E’ importante allora responsabilizzare la classe politica nazionale e locale. Proponiamo l’ancoraggio annuale degli stipendi della politica al reddito medio dichiarato l’anno precedente dai cittadini italiani. Questa proposta comporta l’implementazione di un fattore di scala fisso rispetto al reddito medio dichiarato dagli italiani, ritenuto giusto ed equo, e diverso a seconda della carica pubblica ricoperta; i costi della politica vanno ridimensionati e legati alle possibilità reali del Paese.

Casa

Case popolari e residenti senza fissa dimora

Nuove abitazioni popolari ed assorbimento dell’invenduto

E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda rilevante e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Residenti senza fissa dimora

Il numero stimato delle persone senza fissa dimora si aggira tra i 43-mila e le 52-mila unità, tenendo presente che la stima è di tipo campionario e che i comuni coinvolti sono 158 (studio Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e la Caritas italiana). Non coinvolgendo l’intera popolazione, quindi, si stima che le persone senza fissa dimora nel Nord-ovest corrispondano allo 0,35% della popolazione residente. Lo 0,27% nel Nord-est, 0,20% nel Centro, lo 0,21% nelle Isole e lo 0,10% nel Sud. Il non possedere una residenza anagrafica significa non solo non poter accedere a molti servizi socio-assistenziali, ma anche il non godere di alcuni diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, quali il diritto di voto e l’accesso al Sistema Sanitario Nazionale. E la condizione di senza fissa dimora produce problemi materiali rilevanti che rendono difficile la risoluzione del problema, a cominciare proprio dalla concreta eventualità di trovare e conservare un posto di lavoro e uscire, così, dalla marginalità. Considerando, quindi, la complessità della situazione per le persone senza fissa dimora, la problematica di dichiarare o provare l’esistenza di un domicilio legato comunque al territorio e la rigidità, nonché l’inopportunità di una iscrizione al Comune di nascita del tutto slegata dal legame della persona senza fissa dimora con il territorio, l’ISTAT nella nota pubblicazione “Metodi e norme” n. 29/B del 1992 suggerisce, in analogia a quanto avviene per le indagini censuarie con la costituzione di una sezione speciale non territoriale, l’istituzione di una via territorialmente non esistente. La competenza per l’intitolazione di aree di circolazione è a carico della Giunta comunale la quale è tenuta ad ottenere l’autorizzazione al prefetto (art. 1, legge 23 giugno 1927, n. 1188). La via territorialmente non esistente, poi, rientra nei compiti gestionali per i quali può intervenire direttamente l’ufficiale dell’ Anagrafe. L’Ufficio dell’Anagrafe è l’ente competente preposto alla denominazione delle vie territorialmente non esistenti, ad eccezione dei casi in cui si tratti dell’intitolazione ad una persona (deceduta da almeno 10 anni o, con deroga, da tempo inferiore) per i quali resta in capo alla Giunta comunale. Puntiamo, quindi, in tutte le sedi competenti sino alla formulazione di apposita proposta di legge alla risoluzione massima di questa problematica.

Ambiente

Energie rinnovabili, abbattimento del grande inquinamento industriale, mobilità ed edilizia

Il nucleare ed il carbone sono una follia

L’energia ottenuta da fonti rinnovabili è il futuro del nostro pianeta. L’Italia dovrebbe essere in prima fila per la ricerca e la sponsorizzazione nel mondo di una “nuova” economia basata sulle rinnovabili. L’Italia, infatti, è un Paese povero di materie prime e di risorse energetiche nel senso classico del termine. E’, invece, ricchissimo di fonti rinnovabili come vento, sole, geotermia e biomasse. In vista di tutto ciò, l’Italia dovrebbe finalmente dotarsi di un piano energetico pluri-decennale basato sulle rinnovabili, rinnegando senza tentennamenti il nucleare ed il carbone. Puntiamo su uno stop immediato dei progetti sul nucleare (referendum già vinto) ed un piano energetico di 30 anni che rivoluzioni il sistema Paese basandolo sulle energie da fonti rinnovabili.
Abbattimento del grande inquinamento industriale. Riconversione ambientale

In Italia ci sono realtà di grande degrado ambientale che non possono più essere tollerate. Per l’emissione di anidride carbonica, per esempio, la centrale termoelettrica Enel di Brindisi si colloca all’ottavo posto in Europa, seguita dall’Ilva di Taranto e dalla centrale termoelettrica di Taranto. Se si guarda, invece, al peso di inquinanti tipo metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, benzene e si utilizza come metro di misura la quantità di mercurio presente, la classifica dei grandi inquinatori in Italia è guidata dall’Ilva di Taranto, seguita dalla Syndial di Priolo e dalla cementeria Sacci di Testi, Firenze. Detto questo, lottiamo per una politica di abbattimento ed annullamento del grande inquinamento industriale e, nello stesso momento, di riconversione del lavoro e, quindi, del tessuto economico locale, verso forme occupazionali ambientalmente compatibili.
Mezzi di locomozione: allontanarsi dall’inquinamento ambientale ed acustico

La grande sfida che ci proponiamo di affrontare è la graduale realizzazione di un progetto ambizioso che ci conduca oltre i veicoli con motori a combustione interna. Per esempio, i veicoli elettrici possono essere una soluzione certa visto che hanno una maggiore efficienza energetica. Inoltre, l’elettrico non produce fumi di scarico né vapor d’acqua e produce un inquinamento ambientale praticamente nullo se rifornito con energia prodotta da fonti rinnovabili. Per non parlare della drastica riduzione dell’inquinamento acustico. Puntiamo sulla graduale, ma spedita, sostituzione dei veicoli con motori a combustione interna con veicoli ad “energia da fonti rinnovabili”, i.e. elettrico.
Valorizzare l’edilizia “giusta”

L’edilizia giusta è l’esigenza di tutelare l’ambiente prevedendo il giusto utilizzo di materie prime e smaltimento di rifiuti prodotti dall’edilizia, di tutelare la salute evitando il rilascio di sostanze tossiche all’interno degli ambienti costruiti, di tutelare se stessi risparmiando energeticamente. Vogliamo limitare drasticamente il consumo di risorse non rinnovabili e vuole utilizzare materiali non nocivi ed ecologici, riducendo al minimo l’impatto sulla salute e sull’ambiente.

Legalità

Conflitto d’interessi, revisione reati-pene, certezza della pena, “class-action” e testimoni di giustizia

Risolvere l’anomalia italiana

L’Italia ha disperatamente bisogno di una legge che risolva i tanti conflitti d’interessi che da anni ci affliggono e di una legge “ammazza lobby”. Chiediamo che non sia candidabile chi, proprietario di mezzi d’informazione, sia nel settore dell’etere, sia nella carta stampata, sia nella comunicazione telematica, concentri nelle sue mani più del 5% del mercato valutato su base nazionale o locale. Inoltre, chiediamo che chi non è proprietario di mezzi d’informazione ma di determinate imprese, inclusi i grandi azionisti, patrimoni, ecc, che direttamente o indirettamente rientrano in una situazione di conflitto deve cedere i beni ed i patrimoni ad un blind-trust. Infine, per il motto “un consigliere per consiglio d’amministrazione”, proponiamo che un consigliere di nomina politica faccia parte solo ed esclusivamente di un consiglio d’amministrazione. Concludendo, dobbiamo lavorare per ricercare tutte quelle soluzioni legislative per annientare l’influenza delle lobby sulla politica italiana.
Riduzione dei reati e certezza della pena

Il nostro Paese è in una situazione economica disastrata e la macchina della giustizia non è da meno, macchina in cui il deficit in termini di risorse umane e logistiche è impressionante. Inoltre, la lentezza dell’azione giudiziaria è insopportabile. Un primo passo per superare questo problema è un revisione dei reati e delle relative pene. Mentre sarebbe auspicabile perseguire il falso in bilancio con pene severe e certe, una forte azione antiproibizionista va ricercata. Proponiamo una importante riduzione del numero complessivo di reati attinenti all’area antiproibizionista, iniziando dall’uso delle droghe leggere. Inoltre, vogliamo un intervento legislativo esaustivo per la certezza della pena, fermando la prescrizione all’udienza preliminare.
Legge sulla “class action”

Il poco coraggio e i diversi interessi della classe politica italiana ci inducono a proporre l’unico mezzo che il cittadino ha per difendersi dalla grande industria e dalle grandi multinazionali. La “class action”, esattamente come implementata negli Stati Uniti d’America. Basta, infatti, un prodotto difettoso, un danno alla salute dei cittadini, e scattano sanzioni economiche che possono mettere in ginocchio le più grandi multinazionali: dal tabacco all’automobile, dall’acciaio all’energia. La “class action” ha l’effetto di riequilibrare i rapporti di forza con le potenze economiche. Se un singolo consumatore fa causa ad una grande azienda ha molte probabilità di essere schiacciato. Ma se decine o centinaia di migliaia di consumatori si uniscono, diventano allora temibili. Proponiamo norme legislative che implementino in Italia la class action così come pensata ed implementata negli Stati Uniti. Senza scorciatoie, senza annacquamenti a discapito del cittadino-consumatore.
Testimoni di giustizia

I testimoni di giustizia sono normalissimi cittadini che hanno denunciato crimini mafiosi avendo fiducia nello Stato. Lo status legislativo dei testimoni di giustizia è, oggi, diverso da quello dei pentiti o, cosiddetti collaboratori di giustizia, grazie alla legge numero 45 del 2001. Tale legge, però, va applicata e considerevolmente migliorata. Proponiamo: 1) la revisione delle modalità di giudizio per la revoca del programma di protezione dei testimoni da parte della commissione centrale di protezione del Ministero dell’Interno affinché i rischi per l’incolumità dei testimoni siano drasticamente minimizzati; 2) incentivare l’inserimento dei testimoni di giustizia nella società garantendo loro documenti di copertura coerenti tra loro e con quelli dei propri familiari; 3) l’acquisto da parte dello Stato dei beni immobili al prezzo di mercato evitando il loro graduale deprezzamento che va esclusivamente a discapito del testimone; 4) la fermezza dello Stato nel rispettare e far rispettare i pari diritti dei testimoni rispetto a chiunque altro cittadino italiano nelle varie incombenze della vita, dai mutui all’iscrizione a scuola dei figli.

Abbattimento della povertà

Accesso al cibo e reddito minimo

Accesso al cibo. Dovere morale ed opportunità strategica

La malnutrizione e la mortalità nel mondo pongono, soprattutto ai Paesi più industrializzati, un problema politico serio che sino ad oggi non si è voluto affrontare in modo degno. E’ non parliamo dell’Italia che ha tagliato drasticamente le risorse destinate alla cooperazione. Il problema è globale e tremendamente serio la cui soluzione è del tutto politica. Oltre un miliardo di persone soffre la fame nel mondo, il che significa che un sesto della popolazione mondiale rischia la morte per denutrizione. Questa tragicità avrà sviluppi geo-politici notevoli nel medio-lungo termine, ed il mondo occidentale ha il dovere morale, da una parte, e l’opportunità strategica, dall’altra, di ricercare una via, una pianificazione certa per lo sviluppo e l’integrazione dei Paesi più poveri. Dovere morale perché la fame ha a che fare con l’intera economia mondiale e, quindi, con gli assetti politici e sociali che influiscono sulla possibilità e sulla capacità delle popolazioni di ricercarsi il cibo. Opportunità strategica, invece, perché la fame, la siccità, le epidemie e le guerre hanno sempre creato flussi migratori che, avvolte, possono risultare incontenibili. Senz’altro pericolosi se non si è pronti politicamente e socialmente ad un tale cambiamento. Premiamo affinché i 34 Paesi OCSE si sveglino e recepiscano un appello che, ormai, da più parti viene rivolto loro. Usare parte di quanto stanziato ogni anno, 365 miliardi di euro, come sovvenzioni all’agricoltura nei Paesi dell’OCSE per avviare una politica globale di accesso al cibo.
Reddito minimo

“Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila). Tra il 2012 e il 2013, l’incidenza di povertà relativa tra le famiglie è stabile (dal 12,7 al 12,6%) in tutte le ripartizioni territoriali; la soglia di povertà relativa, pari a 972,52 euro per una famiglia di due componenti, è di circa 18 euro inferiore (-1,9%) al valore della soglia del 2012. L’incidenza di povertà assoluta è aumentata dal 6,8% al 7,9% (per effetto dell’aumento nel Mezzogiorno, dal 9,8 al 12,6%), coinvolgendo circa 303 mila famiglie e 1 milione 206 mila persone in più rispetto all’anno precedente. La povertà assoluta aumenta tra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all’11,8%) e cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%). Peggiora la condizione delle coppie con figli: dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se i figli sono tre o più, soprattutto se almeno un figlio è minore. Nel 2013, 1 milione 434 mila minori sono poveri in termini assoluti (erano 1 milione 58 mila nel 2012). L’incidenza della povertà assoluta cresce tra le famiglie con persona di riferimento con titolo di studio medio-basso (dal 9,3 all’11,1% se con licenza media inferiore, dal 10 al 12,1% se con al massimo la licenza elementare), operaia (dal 9,4 all’11,8%) o in cerca di occupazione (dal 23,6 al 28%); aumenta anche tra le coppie di anziani (dal 4 al 6,1%) e tra le famiglie con almeno due anziani (dal 5,1 al 7,4%): i poveri assoluti tra gli ultra sessantacinquenni sono 888 mila (erano 728 mila nel 2012). Nel Mezzogiorno, all’aumento dell’incidenza della povertà assoluta (circa 725 mila poveri in più, arrivando a 3 milioni 72 mila persone), si accompagna un aumento dell’intensità della povertà relativa, dal 21,4 al 23,5%. Le dinamiche della povertà relativa confermano alcuni dei peggioramenti osservati per la povertà assoluta: peggiora la condizione delle famiglie con quattro (dal 18,1 al 21,7%) e cinque o più componenti (dal 30,2 al 34,6%), in particolare quella delle coppie con due figli (dal 17,4 al 20,4%), soprattutto se minori (dal 20,1 al 23,1%)” (ISTAT). In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro. Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Salute

Diritto alla salute e testamento biologico

Il diritto alla salute è di tutti

La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tuttora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri. In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Proponiamo una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.
Testamento biologico

La normativa sul testamento biologico ha trovato, e trova tuttora in Italia, grandi ostacoli dovuti, soprattutto, all’ostruzionismo della Chiesa Cattolica, alla obbedienza dei politici vicini alle posizioni del clero ed alla reticenza da parte di gran parte della classe politica a voler discutere un tema così spinoso. Proponiamo il “Living will”, già legge negli Stati Uniti d’America dal 1991 con il “Patient self determination Act”: nutrizione e idratazione sono considerati trattamenti sanitari, non mezzi per il mantenimento della vita; il paziente cosciente e capace può’ rifiutare i trattamenti anche se di sostegno vitale; per quanto riguarda il paziente non più’ cosciente, va rispettato il suo rifiuto di terapie se espresso e documentato in condizioni di capacita’; se il paziente non più’ cosciente non ha espresso, in condizioni di capacita’, una propria volontà’ sulle cure, la decisione sulle scelte terapeutiche sarà’ presa da un fiduciario (substituted judgement), solitamente ma non necessariamente un familiare.

Scuola e Università

Comodato d’uso, asili nido e materne. Merito ed eccellenza nelle nostre università. No al numero chiuso

Il risparmio familiare

Le famiglie italiane vengono annualmente dissanguate dai costi, avvolte osceni, associati alla scuola. Le famiglie, oggi più che mai, hanno bisogno di una riduzione delle spese per la scuola. Facendo i conti anche con le disastrate finanze pubbliche, cominceremo a discutere di sobrietà e di re-ciclo nella scuola. Proponiamo il comodato d’uso dei libri, che a fine anno vengono restituiti alla scuola che li darà ad altri studenti l’anno successivo. Inoltre, nel settore pubblico, chiediamo che gli asili nido e le materne siano fruibili gratuitamente, mentre si creino le condizioni per forti riduzioni, sino all’azzeramento, delle spese delle famiglie sino alle superiori per incentivare l’educazione pre-universitaria. La copertura finanziaria è nel taglio delle spese militari iniziando dagli armamenti per usi offensivi.
I baronati uccidono il nostro futuro

L’Italia deve diventare un Paese meritocratico eliminando, nelle università, sacche di favoritismi e parentele. Oggi, purtroppo, è un dato di fatto che i rettori abbiano famiglia in 25 delle 59 università, con un parente stretto nel medesimo ateneo per quasi il 50% di loro. E’ indecente che intere dinastie familiari siano andate, nei decenni, alla conquista di tutte le cattedre disponibili svalorizzando il merito e, quindi, declassando l’eccellenza dello studio e della ricerca. Proponiamo 1) la cancellazione del concorso pubblico come metodo per la scelta del “vincitore” istituendo, invece, il metodo basato sulla presentazione pubblica di Curriculum Vitae e sulla valutazione, resa pubblica, dei candidati; 2) la qualifica di dottore, cancellando l’obbrobrio del termine “dottore magistrale”, solo per i laureati del vecchio ordinamento oppure del 3+2.
No al numero chiuso

L’Italia non deve seguire la strada di una istruzione elitaria ed altamente selettiva. Tutti i corsi universitari devono essere accessibili a tutti i cittadini. L’autodeterminazione studentesca ed il libero accesso al sapere, alla cultura devono essere perseguiti con coraggio. Chiediamo l’abolizione del numero chiuso in tutte le realtà universitarie e per tutti i corsi di laurea.

Laicità

Equiparazione dei diritti delle coppie alle famiglie

Coppie e famiglie. Eguali diritti, eguali doveri

Le convivenze e le forme di famiglia nel nostro Paese risultano essere in continua crescita e risultano essere abbastanza variegate. E’ evidente che una politica libertaria ed egualitaria non può ammettere differenze giuridiche tra coppie sposate e coppie non sposate, ma di fatto coppie. Il diritto deve ergersi univoco nei confronti della coppia, costituita e dichiarata tale dai suoi membri. Lo Stato non può e non deve privilegiare la coppia-famiglia fondata sul matrimonio a discapito delle coppie di fatto. Chiediamo regole giuridiche uniche per la coppia, dichiarata tale dai suoi membri e, quindi, l’equiparazione nel diritto tra coppie sposate e coppie di fatto, laddove le coppie di fatto potranno essere composte anche da persone dello stesso sesso.

Animalismo

Aboliamo la caccia come sport e la vivisezione come pratica medioevale

Aboliamo la caccia come sport

La caccia come sport e divertimento è una barbarie culturale e sociale. La caccia uccide, stravolge l’equilibrio degli ecosistemi, coltiva le demenze culturali più becere dell’uomo come la violenza, la prepotenza, l’arroganza. Chiediamo fortemente l’abolizione della caccia. Inoltre, vogliamo l’estensione ad altre specie animali del diritto di vivere in libertà e di non soffrire inutilmente.

Contro la vivisezione

Sono ben 12 milioni gli esseri viventi strumentalmente usati nei laboratori europei con la pratica barbara della vivisezione. Le potenti industrie farmaceutiche, con il beneplacido dei politici italiani ed europei, trovano molto più remunerativo per le loro tasche esercitare una sperimentazione obsoleta ed inutile come la vivisezione, la quale ha il pregio di offrire vittime a basso costo. A questo va contrapposta la voce dei popoli che in tutti i sondaggi risuona decisamente contraria alla sperimentazione animale. Come sempre la politica ed i politici si piegano agli interessi delle grandi lobbies, infischiandosene dei più deboli e della volontà di chi li ha votati, rendendosi complici di crimini perpetrati sotto la bandiera della legalità. Chiediamo l’abolizione certa della vivisezione e di qualsiasi esperimento che comporti sofferenza di esseri senzienti.

LINEA POLITICA DEL PARTITO

La linea politica di Convergenza Socialista
Manuel Santoro, Segretario nazionale

Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 si cominciò a discutere, anche in Italia, della situazione politica della sinistra cilena. L’idea della “convergenza socialista” dell’epoca presupponeva una grande prova di pluralismo delle idee, trasparenza dei metodi e democrazia interna mentre si era in lotta contro una dittatura militare.

Oggi, naturalmente, non combattiamo contro una dittatura militare ma potremmo affermare che lottiamo contro il solidificarsi di una dittatura politico-finanziaria i cui risvolti egoistici sono in costante accelerazione. Inoltre, oggi in Italia, testimoniamo lo sgretolamento atomistico di quelle aree della sinistra storica e la dissoluzione di qualsiasi organizzazione politica autonoma di stampo socialista. Quello che rimane del socialismo italiano e’ ben poco.

Constatiamo che il socialismo italiano ha raggiunto il suo minimo in termini di militanza e di voti, annullando cosi’ qualsiasi speranza per una alternativa di societa’. Oggi è proprio la maggioranza ad essere disinteressata alla politica e, di conseguenza, al bene comune. Uomini e donne, nostri connazionali, non credono piu’ di poter contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di tutti, alienati nel tempo da una politica egoista ed egocentrica, ripiegata su se stessa, sui suoi ciechi fini senza la capacita’ di dare una visione d’insieme, una speranza (come una volta si diceva) per un futuro migliore. In questa situazione politica frastagliata ha senso, quindi, riprendere il discorso della costruzione di un partito socialista, fermo a sinistra, in Italia?

Naturalmente, sì. Non provarci significherebbe rimanere fuori dalla storia soprattutto in un mondo in cui i popoli rivendicano la necessità di un’azione socialista.

Convergenza Socialista è una realtà nuova. Partito socialista e di sinistra.

Quando una realtà nuova emerge, anche se agli albori ed in fase di costruzione organizzativa, ci si chiede dove si collocherà, quale progetto politico ingloberà, quale direzione politica intenderà seguire. Domande lecite alle quali cercherò di dare una mia risposta con l’aggiunta, per noi importante, di come intendiamo proseguire nel cammino, già iniziato, dello sviluppo del partito.

Prima di tutto, CS non nasce, come affermato da alcuni, per spirito di contrapposizione verso altri soggetti politici. CS è l’alternativa socialista in quanto ritiene che il socialismo sia ormai orfano di una sua collocazione organizzativa e partitica nella società. L’esigenza, infatti, è stata da tempo quella di creare una piattaforma politica ed organizzativa che potesse accogliere il pensiero e l’azione socialista radicalmente riformista e dare la possibilità a tante donne e uomini, spogli da adesioni in altri soggetti politici, intonsi da altri interessi, di lavorare per un progetto di lungo periodo, in condizioni chiare e limpide, senza occulti interessi, senza multipli incarichi. CS è per chi vuole militare solo in CS, per chi pensa che CS possa essere il futuro del socialismo italiano. CS non è per chi ha i piedi in troppe scarpe.

Premesso questo, poniamo primaria importanza nelle politiche atte all’emersione di un nuovo stato sociale, in Italia ed in Europa. Questo significa, ma per chi ci segue è oramai chiaro, valorizzare linee guida, direttrici politiche riformatrici per il sollevamento economico, sociale e culturale di chi è indietro. Questo implica essere contro le politiche di austerità sin qui adottate, promuovere ed ottenere il primato della politica sulla finanza, chiedere con forza la realizzazione di un’Europa politica, non tecnocratica. E’ altresì fondamentale capovolgere profondamente l’idea di Europa, le sue funzioni, i suoi vincoli, iniziando dal Fiscal Compact e dal Patto di stabilità e crescita, dalla creazione di una rete bancaria pubblica e socialmente utile, dall’utilizzo del QUARS o altro indice qualitativo, alternativo al PIL, anche in chiave europea, come papabile indice per descrivere un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità e sulla sostenibilità.

Ripensare le politiche di governo, locale, nazionale ed europeo, in modo tale da ricostruire un welfare di “pubblica utilità” che punti sui temi di sempre con l’intento di assicurare il necessario a tutti, uomini e donne.

Salute, casa, istruzione, lavoro, benessere economico, sicurezza, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca, innovazione, servizi, ecc. Questi sono i temi di sempre su cui lavoriamo e sui quali si possono fare progressi importanti i quali però richiedono, prima di tutto, un atto di verità e di coraggio. Su tre sponde.

Iniziamo dalla tenuta democratica di questo Paese ed il rispetto della Carta Costituzionale. Quando si piegano le maglie delle regole democratiche viene meno la possibilità di giocarsi la partita politica su basi eque così come viene meno la possibilità che offerte politiche alternative abbiano la possibilità di emergere, di essere valutare e discusse ed, infine, di approdare nelle istituzioni. Modificare le regole democratiche “ad partitum” e disattendere al dettato costituzionale evitando di attuare importanti articoli costituzionali rendono la società italiana sempre più succube dei più forti, cioè di una netta minoranza di individui che va combattuta con decisione sul terreno politico.

Il seconda problema è nell’informazione, tv e giornali, in mano a pochi individui, parte dei poteri forti. Punto questo legato al primo, senza una multipolarità dell’informazione ed una trasparenza netta dei canali informativi, senza una chiara legge sui conflitti di interesse che spezzi il connubio potente-editore, il Paese rimane bloccato in un mondo chiuso, spesso censurato e senza verità. Considerare la verità e la trasparenza elementi scomodi al congelamento del potere politico attraverso la complicità dei grandi media, rende inevitabile l’impossibilità di emersione di alternative politiche che proprio questo giochino vorrebbero rompere.

Ultimo punto consiste nella presa di coscienza che viviamo in un mondo globalizzato in guerra. Non mi riferisco solo alle guerre finanziarie e valutarie occulte ai più, ma a veri conflitti armati, piccoli e meno piccoli, causati da interessi economici e geopolitici vari e noti, i cui effetti sono morte, miseria, fughe ed emigrazioni forzate. Grandi migrazioni forzate, poiché necessarie, effetto di guerre che sono a loro volta effetto degli interessi economici e geopolitici di nazioni, spesso, lontane ed immuni dagli effetti delle proprie azioni. Se la causa è l’interesse economico e geopolitico di pochi ed uno degli effetti finali è la migrazione di massa, il nostro dovere non è quello di attaccare gli effetti ma la causa che rende il mondo meno vivibile, meno sicuro. L’errore politico e strategico da evitare sta proprio nel prendercela con i poveracci. Dovremmo, invece, contrastare con forza coloro che, lontani e dietro le quinte, destabilizzano Paesi, pianificano soluzioni, organizzano gruppi armati, per i propri interessi e contro gli interessi delle collettività del pianeta.

Puntiamo sulla riduzione drastica delle spese sugli armamenti, soprattutto quelli offensivi, e chiediamo di verificare se, con il denaro pubblico, vengano sovvenzionate aziende che producono componentistica per mine antiuomo. Chiediamo il rafforzamento del ruolo strategico delle Nazioni Unite come principale interlocutore e paciere dei conflitti internazionali.

Chiediamo con forza allo Stato l’abolizione della legge 62/2000 sul finanziamento delle scuole private con soldi pubblici. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

E’ prioritario risolvere i tanti conflitti d’interessi che da anni ci affliggono e di una legge “ammazza lobby”.

Dobbiamo ridefinire le direttrici di una politica industriale, ecologicamente compatibile se si vuole affrontare con coraggio e senza illusioni il problema del lavoro e della crescita economica. Puntiamo, quindi, sulla conoscenza e sull’innovazione; sulla promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; sulla valorizzazione di una economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

E’ necessario riconvertire o parallelizzare un sistema bancario a tenuta privata con uno che sia un servizio socialmente utile. Un sistema bancario che aggredisca e risolva il problema del credito soprattutto per le famiglie e le piccole imprese e che, quindi, abbia l’effetto di agire direttamente sulla ripresa economica agendo sui consumi ed investimenti.

Salute e sicurezza sul lavoro sono la priorità. La Corte di Cassazione ha ribadito, con la sentenza n. 31679 datata 11 Agosto 2010, che “il datore di lavoro deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi a informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi del lavoro”. L’integrità del lavoratore” dovrebbe altresì includere, da parte del datore di lavoro, la salvaguardia di tutti quei lavoratori esposti a fonti altamente inquinanti con danni ingenti per la salute. E’ evidente la necessita’ di una riconversione delle aziende inquinanti e dei luoghi di lavoro altamente nocivi per il lavoratore, in aziende a basso o nullo impatto ambientale in modo tale da garantire “l’integrità del lavoratore”.

Stipendi della politica. Pensiamo ad un ancoraggio annuale degli stipendi della politica al reddito medio dichiarato l’anno precedente dai cittadini italiani. Questo comporta l’implementazione di un fattore di scala fisso rispetto al reddito medio dichiarato dagli italiani, ritenuto giusto ed equo, e diverso a seconda della carica pubblica ricoperta; i costi della politica vanno ridimensionati e legati alle possibilità reali del Paese.

Nuove abitazioni popolari ed assorbimento dell’invenduto. Lo Stato deve riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda rilevante e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Troviamo soluzioni al problema dei residenti senza fissa dimora. Il numero stimato delle persone senza fissa dimora si aggira tra i 43-mila e le 52-mila unità, tenendo presente che la stima è di tipo campionario e che i comuni coinvolti sono 158. Si stima che le persone senza fissa dimora nel Nord-ovest corrispondano allo 0,35% della popolazione residente. Lo 0,27% nel Nord-est, 0,20% nel Centro, lo 0,21% nelle Isole e lo 0,10% nel Sud. Puntiamo, quindi, in tutte le sedi competenti alla formulazione di apposita proposta di legge per la risoluzione di questa problematica.

Il compito prioritario di una forza politica socialista è quello di aiutare gli ultimi. O meglio, è quello di aiutare tutti coloro che la società ha deciso di abbandonare e che, nel modello organizzativo corrente, sono definiti come ultimi. Essere o risultare ultimi significa che si è posti al punto più basso di una scala che misura gradualmente il livello di ricchezza, l’intensità della condizione agiata del singolo individuo. Esseri ultimi o primi non contempla la qualità dell’animo o l’intensità dell’intelletto. Non la benevolenza dei comportamenti o la cura nei rapporti umani. Qui trattiamo del livello di povertà materiale dell’uomo il quale marchia l’animo umano con il termine ultimo.

Il problema è naturalmente politico ma va anche risolto culturalmente. Le risposte, di conseguenza, non potranno che essere radicali e non solo a livello nazionale.

Le famiglie relativamente povere sono state, in Italia nel 2012, più di 3 milioni, vale a dire il 12,7% delle famiglie italiane. Le persone, invece, in povertà relativa hanno superato, sempre nel 2012, i 9 milioni, corrispondente al 15,8% dell’intera popolazione. Si è poveri relativi quando la spesa per consumi è pari oppure al di sotto di una certa spesa media mensile per individuo la quale è di 990,88 euro per una famiglia di due persone.
Per quanto concerne la povertà assoluta, invece, il 6,8% delle famiglie, pari a quasi 5 milioni di persone, si ritrova in condizioni tragiche. In questo caso, si è poveri assoluti quando si è al di sotto di una spesa mensile minima necessaria ad acquisire il paniere di beni considerati essenziali.

In questo quadro desolante, l’Italia meridionale ed insulare risultano avere una incidenza di poveri doppia rispetto alla media nazionale.
Il divario Nord-Sud è evidente dai seguenti dati e ci delinea una situazione di grave differenza territoriale all’interno della penisola, per cui nel Sud Italia vi è una più diffusa povertà ed un minore livello di spesa media rispetto al Nord.

Il compito della politica è quello di mettere in moto politiche espansive che ci permettano di risollevarci prendendo per una mano il Sud d’Italia e, con l’altra, il resto del Paese. Iniziando, per esempio, dal reddito minimo. Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il diritto alla salute è di tutti. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tuttora in corso, tra norme scritte e norme applicate.

Le politiche di assistenza sanitaria sono indiscutibilmente una nostra priorità tenuto conto dell’elevato impatto sociale associato. E’ bene, quindi, rimarcare da subito la necessità di un ripensamento strategico del pubblico in questo settore, il quale deve coadiuvare efficienza e trasparenza.
La valorizzazione delle strutture pubbliche è una necessità sociale e non può essere abbandonata, stracciata con politiche privatistiche dettate da interessi di pochi per il malessere finanziario dei molti. E’ proprio nei momenti in cui il pubblico arretra, dando spazio ai privati, e i costi per il singolo cittadino aumentano, è fondamentale ribadire che l’assistenza sanitaria deve essere erogata prima di tutto da strutture pubbliche, accessibili a tutti. Penso sia utile cominciare a pensare al pubblico come al privato di tutti, il quale deve prevedere strutture all’altezza, con servizi e trattamenti egregi.

In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie Z, cioè, individui spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.

Per superare la grave crisi economica occorre costituire in Italia e in Europa un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi e difendersi legalmente.

La creazione di un Nuovo Stato Sociale deve diventare la ‘priorità delle priorità’, da effettuare a qualsiasi costo e sacrificio. E’ un’esigenza che riguarda e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo ordinato.
Per Stato Sociale non s’intende Stato Assistenziale, caritatevole. Per raggiungere questi obiettivi lo Stato dovrà tornare a essere il principale erogatore e controllore dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, l’elettricità, il gas, l’acqua, l’ambiente, e via discorrendo.
Il finanziamento del Nuovo Stato Sociale richiederà la creazione di un capitolo di spesa autonomo, identificabile con un Fondo Sociale gestito da una banca pubblica senza finalità di lucro e socialmente utile.

Il Fondo Sociale potrà essere alimentato: a) dal cambio di destinazione di numerose imposte ‘improprie’ gravanti sulla benzina (ad esempio, per la guerra di Abissinia del 1935 o per la crisi di Suez del 1956); b) da un’adeguata valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico e archeologico (il più grande del mondo) che oggi frutta pochissimo alle casse dello Stato (basti ricordare che il museo del Barcellona calcio incassa quasi quanto il Colosseo).

L’utilizzo delle risorse provenienti dal patrimonio culturale e archeologico non va considerato un regalo concesso ai poveri ma un’eredità lasciata a tutti gli italiani dalle generazioni precedenti.

L’introduzione di un Nuovo Stato Sociale richiede l’affermazione in larghi strati della popolazione di una nuova coscienza nazionale, basata sul recupero dei valori sociali. Questo compito, anche in un’ottica di lungo termine, dovrà in buona parte essere assolto dal potenziamento dell’Educazione civica nelle scuole.

La priorità di Convergenza Socialista è ripensare un Nuovo Stato Sociale, e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale in cui ci ritroviamo.

Prima di tutto dobbiamo comprendere che il nostro compito è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Questo richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che dobbiamo adoperarci lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarci per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarci per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali.

Terzo, adoperarci affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività.

Quarto, adoperarci affinché si torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne puntando alla realizzazione di un nuovo Stato sociale.

In Europa, pero’, non siamo i mastini del socialismo europeo a tutti i costi. Anzi. Ad oggi le nostre posizioni sono in linea con quanto scritto nei documenti della sinistra europea rispetto alle direttrici politiche del PSE. Siamo europeisti ma per un’Europa sociale e, soprattutto, “socialmente utile” ai suoi cittadini, non ai poteri forti.

In Italia, ed in Europa, un nuovo modello politico e sociale è possibile. Un modello radicalmente riformista che sfoci nella definizione di un Nuovo Stato Sociale sul quale stiamo gia’ lavorando. Un modello che sappia valorizzare e perseguire con saggezza un ancoraggio forte con i cittadini, con le comunità, con la società intera nei suoi mille rivoli. Un modello che sappia ricercare costantemente un rapporto privilegiato con la base, e dalla base, comprendere i problemi ed i bisogni reali della società.

Negli ultimi decenni la società italiana si è culturalmente e socialmente impoverita, degradata, impaurita. Tale processo recessivo ha coinvolto la politica, tutta, nella sfera dell’autorevolezza, delle capacità, dell’intelligenza. Lentamente il militante socialista che aveva un punto di riferimento consolidato nel tempo, si è visto orfano e, vagando negli anni alla ricerca di un approdo familiare, si è culturalmente trasformato in qualcosa di diverso oppure eclissato nell’indifferenza.

E’ un fatto che, nei vent’anni che ci separano dall’implosione della prima Repubblica, l’opposizione culturale e sociale, prima che politica, alle elite ormai sovrannazionali si sia vista lentamente erosa nelle idee e nel consenso. Negli anni l’opposizione ad una tendenza crescente verso posizioni politiche disumanizzanti ha lasciato per strada un numero enorme di elettori, simpatizzanti, militanti e questo impoverimento culturale ed umano ha lasciato terreno aperto ai valori delle elite economiche e finanziarie.

Abbiamo ormai abbandonato il conflitto ottocento-novecentesco tra classi e siamo entrati, nel XXI secolo, in un conflitto tra livelli. Le popolazioni contro l’elite. Il 99% contro l’1%.

Un primo livello composto da uomini e donne, dai popoli del pianeta, segregati in un ambito nazionale e, quindi, localistico. Il 99% della popolazione. Un secondo livello sovrastante, invece, composto dal grande capitale la cui globalizzazione dei processi bancari e finanziari ha prodotto una convergenza transnazionale in grado di autoregolarsi bypassando le diverse regole nazionali e le deboli regole internazionali. L’1% rimanente.
Cosa facciamo allora? Sovrannazionaliziamo il Legislatore oppure ridimensioniamo il Capitale?

Ho sempre avuto fiducia nel pluralismo ed in una società multipolare. Detesto l’idea del governo del mondo, il Legislatore unico. E le modalità con le quali l’Europa (monetaria) è stata costruita dovrebbe esserci di insegnamento. Penso fortemente, quindi, che la strada da intraprendere sia quella di un radicale ridimensionamento delle grandi voci multinazionali, soprattutto nel mondo bancario e finanziario. Se banche come Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e J.P. Morgan hanno un valore in assets comparabile ai primi dieci PIL nazionali (annui) nel mondo, un pensierino sul dove stiamo andando è dovuto. Dobbiamo puntare sul ripensamento e sulla valorizzazione di una economia a misura d’uomo. Puntare alla centralità dell’essere umano.
In questa ottica, CS guarda con forza e spirito collaborativo ai movimenti ed ai partiti del socialismo latinoamericano. Ad iniziare da quelli che fanno parte del Foro de Sao Paulo sino a movimenti piu’ piccoli come CS argentina.

Sino a pochissimi anni fa criticare il socialismo europeo era considerato, dai socialisti stessi, un’eresia, un affronto inconcepibile e impensabile. Si veniva tacciati di estremismo ed antieuropeismo.

Esattamente come pochissimi anni fa, e sicuramente con più coraggio di allora, continuiamo a criticare con forza il defunto socialismo europeo e ricerchiamo i semi primordiali, gli spunti iniziatori di una rifioritura delle basi di un socialismo protagonista e non succube del grande capitale e della grande finanza. Questo perché vogliamo bene all’idea di Europa e agli europei.

L’Europa è ben lontana dall’essere una comunità giusta e solidale al suo interno, senza egoismi, egocentrismi nazionali e spunti violenti. E’, anzi, dilaniata da una voglia autodistruttrice che farebbe impallidire i testimoni storici dell’avvento della prima guerra mondiale. Sarà probabilmente che in guerra, come europei e tra europei, ci siamo già. Una guerra non più combattuta con il fucile e le granate nel tentativo di conquistare militarmente territori, ma con il credito, con le privatizzazioni a basso costo di pezzi di Paesi sul lastrico, con il rigore usato a beneficio di pochi e a danno di tutti gli altri, nel tentativo di conquiste di pezzi di economie.

Osserviamo, quindi, le esperienze del socialismo latino-americano ricercando giustizia sociale e una sostenuta ridistribuzione della ricchezza nella società. La nostra vicinanza alle esperienze del socialismo latino-americano è forte. Così come è forte la curiosità su come alcuni dei Paesi dell’America Latina si stiano muovendo sulle problematiche sociali. Dall’abbattimento della povertà ai programmi statali per la casa, dal lavoro alla sanità.

Condividiamo il distacco netto di alcune amministrazioni latino-americane dalle politiche di privatizzazione e rivendichiamo la nostra linea politica, in Italia, di nazionalizzazione dei servizi strategici e di comune interesse, e di parallelizzazione del sistema bancario privato con un sistema bancario socialmente utile. Prendiamo il caso della Bolivia, per esempio, la cui nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi sta avendo il fine di recuperare la proprietà, il possesso e il controllo di tutto quello che e’ nel sottosuole e, de facto, appartiene al Paese.

Queste linee guida sono punti di riferimento importanti. Ora, pero’, il nostro compito è spenderci in prima persona nei territori, trasferire lo spirito delle linee guida sopra citate nel lavoro di assistenza politica che un partito socialista deve fare iniziando dai comuni e dai municipi, per ricreare un senso di speranza e ripensare profondamente il ruolo delle politiche socialiste nella società. Siamo consapevoli che per poter essere determinanti in futuro nella lotta politica dovremo accrescere le nostre forze dal basso.

Ricerchiamo la militanza politica, quella vera, quella in carne e ossa, quella partecipata e territorialmente attiva.

Ricerchiamo chi vuole spendersi per il proprio territorio cercando di trovare, insieme ad altri, soluzioni per un miglioramento della qualità della vita nel proprio quartiere, comune.

Il parchetto di un municipio romano, il pulmino per i disabili per un comune, la ricerca di nuove forme di lavoro e di mestieri, la ristrutturazione di un pezzo, anche piccolo, della nostra storia. Sono questi i temi sui quali, oggi, possiamo intervenire realmente.
Ricostruire una forza politica socialista richiede ristabilire nuovi rapporti di fiducia con le cittadinanze, con la militanza e con gli elettori. Richiede iniziare un lungo e duro lavoro con le persone vere, reali, partendo solo ed esclusivamente dai territori, dalle singole realtà locali, dai paesini, dalle città, dai municipi. Lavoro quotidiano che, per essere riconosciuto e, quindi, valorizzato, deve essere fatto sulle problematiche che quelle collettività sentono come urgenti.

I socialisti e, soprattutto, coloro che sono socialisti ma non sanno di esserlo, devono riacquisire quelle sensibilità umane perse nei decenni a scapito di interessi trasversali e egoismi di cattivo gusto, tutt’oggi in voga. Per costruire una così strutturata forza socialista, e’ necessario, oggi, riacquisire una nuova verginità ristabilendo un legame con le cittadinanze basato su nuovi punti di riferimento programmatici, necessariamente condivisi.

Il socialsimo, lo sappiamo anche se non ce lo vogliamo dire, oggi non esiste più nella società italiana. L’Italia è, invece, attraversata da pulsioni populiste e autoritarie, con un certa tendenza alla cieca fiducia verso politiche che mirano allo smantellamento del pluralismo e del welfare. E’ in quel cieco ottimismo che giace il consenso. Non altrove.

Il socialismo, oggi, ha un solo compito. Ripensarsi e, con l’onestà del tempo, farsi riconoscere attraverso l’operato di donne e uomini militanti come punto di riferimento per chi è rimasto indietro. Iniziando dai territori.

RISCOPRIAMO L’AGATHOTOPIA

di Renato Gatti, economista

Premessa

Si parla molto in questi tempi di reddito di cittadinanza, di salario garantito, di lavoro di cittadinanza, come riconoscimento di un problema di povertà dilagante e disoccupazione ancora alta, a dieci anni ormai dallo scoppio della crisi.

E’ disarmante che si parli di questi argomenti senza mai interrogarsi sulle cause della crisi del 2007 che partendo dal mondo del capitalismo finanziario si è scaricato sugli stati causando le crisi del debito pubblico, dando il via a periodi di recessione più o meno lunghi e differenziati dalla reattività dei vari paesi, comunque traducendosi poi in disoccupazione a doppia cifra con punte incredibili in Italia e Spagna (e non si può fare a meno di considerare la ricaduta dal capitalismo finanziario, che causa come ultimo risultato la disoccupazione di milioni di persone, come un classico esempio di lotta di classe).

Di fronte a tanto sfacelo arrivano proposte che vorrebbero attutire i disagi di disoccupati, esodati, poveri, emarginati con una filosofia che va dal pietoso assistenzialismo ad una versione aggiornata del welfare. Proposte che, nella loro condivisibile ambizione di venir in aiuto dei meno fortunati, trovano, a mio parere, un limite di analisi e quindi di conseguente propositività.
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SANTORO (CS): UN NUOVO STATO SOCIALE POICHE’ NON CI POSSONO ESSERE CITTADINI DI SERIE ZETA

“In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie zeta”, commenta Manuel Santoro, Segretario nazionale del partito della Convergenza Socialista, “individui cioè spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.”

“Mentre il PD si accede sugli umori del ‘Compagno Zeta’, noi pensiamo al ‘Cittadino Zeta’, alla ‘Donna Zeta’, poiché abbiamo a cuore il destino del Paese e di tutti gli italiani”, continua Santoro. “Per superare la grave crisi economica occorre lavorare alla creazione, in Italia e in Europa, di un rinnovato welfare, un ‘Nuovo Stato Sociale’ capace di garantire con certezza e fermezza a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi e difendersi legalmente. Trattiamo qui della creazione di una rete di difesa dei diritti dell’uomo che consenta la definizione di una vera e propria impalcatura sociale da incentivare a qualsiasi costo e sacrificio. La priorità delle priorità’. E’ un’esigenza che riguarda tutti e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo.”
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CONVERGENZA SOCIALISTA E REA SU UN NUOVO STATO SOCIALE

Riportiamo di seguito lo scambio di messaggi tra Manuel Santoro, Segretario nazionale di Convergenza Socialista, e Antonio Diomede, Presidente della REA, in merito a una collaborazione finalizzata alla costituzione di un nuovo e forte Stato Sociale in Italia.
(Pubblicato in puntocontinenti.it)

MESSAGGIO DI SANTORO

Gentile Presidente Diomede e amici della REA,

il partito della Convergenza Socialista è nato con l’obiettivo politico delle riforme di struttura che abbiano la funzione di allontanare il Paese dalle crescenti dinamiche di privatizzazione e di evitare il progressivo svuotamento del ruolo fondamentale del pubblico. Dinamiche che hanno condotto il Paese in una situazione drammatica di crescente impoverimento e disagio sociale. Siamo convinti che sia fondamentale ritornare a discutere del ruolo propositivo dello Stato e, quindi, lavoriamo alla definizione di un programma politico che ridefinisca i confini e i contenuti per un nuovo stato sociale.

Preambolo questo che mi permette di complimentarmi con il lavoro che la REA conduce su questo terreno e che, ne sono certo, troverà risposte positive nel Paese. Da parte nostra siamo sempre disponibili al confronto e penso sia utile incentivare e allargare il dibattito dentro e fuori il Palazzo affinché si arrivi a una presa di coscienza sulla necessità del pubblico per la realizzazione di un nuovo stato sociale in Italia.

Manuel Santoro
Segretario nazionale di Convergenza Socialista

MESSAGGIO DI DIOMEDE

Caro Santoro,

il Progetto REA è aperto a tutti nel rispetto totale delle singole autonomie. Importante è riuscire a portare a termine l’obiettivo finale. Quindi ci può solo fare piacere che una forza politica come Convergenza Socialista, alternativa a quel PSI di Nencini e dei tangentisti, sia decisamente impegnata a evitare il progressivo svuotamento del ruolo fondamentale del pubblico: su questo terreno avremo sicuramente tanto occasioni per confrontarci e per collaborare insieme.

Antonio Diomede
Presidente della REA
(Radiotelevisioni Europee Associate)

ADERISCI A CONVERGENZA SOCIALISTA

TESSERAMENTO E PARTECIPAZIONE

Convergenza Socialista è il partito socialista italiano richiedente adesione al Partito della Sinistra Europea.

Convergenza Socialista è il partito della rivincita del socialismo sul capitalismo finanziario che, anche in Italia, sta producendo danni inestimabili in termini di miseria, povertà, disoccupazione, peggioramento della qualità della vita dei cittadini.

Tesserarsi a Convergenza Socialista significa darsi da fare e non solo stare a guardare.

Tesserarsi a Convergenza Socialista significa essere partecipi, e non più solo testimoni, del proprio futuro e accendere la speranza nelle generazioni future.

Come è scritto sulla nostra tessera per il 2016:

Non ereditiamo il mondo dai nostri padri, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli

Aderisci, quindi, a Convergenza Socialista.

Cliccando su questo link troverai tutte le informazioni relative al tesseramento.

https://convergenzasocialista.com/adesione/

Fai conoscere il partito anche ai tuoi amici e contatti.

TERREMOTO CENTRO ITALIA: IL NOSTRO PENSIERO ALLE VITTIME

Il pensiero del partito della Convergenza Socialista va alle vittime, ai feriti ed a tutti coloro che nella notte sono stati colpiti da diverse scosse di terremoto nell’Italia centrale. Alcuni paesi sono stati parzialmente annientati e molto ci sarà da fare per alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite ed iniziare la ricostruzione.

Altro lavoro, certamente strategico, dovrà essere quello di rinforzare l’Italia nelle sue costruzioni storiche, certamente non idonee a sopportare scosse come quella di ieri notte. E’ un lavoro arduo, di lungo periodo, ma che andrà fatto poiché il nostro Paese è quasi tutto ad alto rischio sismico.

ITALIAN SOCIALISTS SAY ‘NO SANCTIONS TO RUSSIA’

We, the socialist of Italy, live and work in Europe. We want an united Europe but not an Europe of ‘pecoroni’ (large sheep meaning docile and submissive people).

“On 1 July 2016, the Council prolonged the economic sanctions targeting specific sectors of the Russian economy until 31 January 2017,” said the Council statement.

Once again the European ‘pecoroni’ were genuflecting to the crazy will of the United States and their administration. United States which are not affected at all by the Russian counter-sanctions, but which have a significant recessive impact, however, on European economies.

Thus, we confirm once again to the World to be emeritus European ‘pecoroni’, that is, people who work against their own interests but for interests of others without anything back.

Some may say that is not the fault of the European people, after all. But the European Council consists of the Heads of State or Government of the EU Member States, and it was ‘us ‘, the Europeans people, who brought them to power. Next time vote consciously.

We, the socialist of Italy, declare therefore to be against the sanctions to Russia, against the violent expansion of NATO eastward, against the proliferation of Nazism in Europe, and to be for an autonomous, political and finally democratic Europe, militarily away from NATO.

CONVERGENZA SOCIALISTA A PIETRASANTA (LUCCA)

Marco Moriconi è il referente del Partito di Convergenza Socialista per la città di Pietrasanta (Lucca). La nuova presenza del Partito rappresenta una novità nell’area versiliese. L’intento sarà quello di costituire un gruppo di militanti per animare la futura sezione locale nell’azione politica e quello di contribuire allo sviluppo ed al radicamento di Convergenza Socialista anche nelle altre località e comunità limitrofe.

Alla base di questa iniziativa vi è l’inderogabile necessità di tornare a riproporre anche in questa zona una realtà politica primariamente legata alla gloriosa tradizione del Socialismo italiano che in questa parte della Toscana vanta uno storico radicamento territoriale e popolare e la presenza di uomini politici di riconosciuto valore nazionale che in tempi passati hanno dato lustro alla Versilia nel campo delle idee, delle istituzioni e delle azioni politiche. Una presenza socialista che deve tornare alla dignità di un tempo, nella città, nelle frazioni tutte, per una tradizione che non può essere lasciata al passato, ma che va resa ed in modo fattivo, attuale ed incisiva.

La priorità di Convergenza Socialista è innanzitutto quella di ripensare un “Nuovo Stato Sociale” e questa si traduce nel trovare strade percorribili e risposte concrete che ci permettano di uscire dal sempre più diffuso malessere sociale in cui ci ritroviamo.

Convergenza Socialista si caratterizza per la volontà di divenire punto di aggregazione pluralista e paritario per tutti coloro che, pur provenendo da scuole politiche diverse, si riconoscono in questi fini, in questo grande progetto. Un Partito con una collocazione politica ben precisa, autonoma, indipendente, di sinistra.

Una proposta che persegue un sistema economico alternativo all’attuale, misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello strutturale che rintracci nel benessere degli esseri viventi e dell’ambiente i suoi tratti fondamentali.

Il Partito per CS, deve prendere origine e svilupparsi a partire dalla sua base sociale, dai singoli livelli locali. Il Socialismo per CS, non è solo un’idea, vuole essere una pratica quotidiana. Senza retorica.

Tra le prime attività pubbliche locali CS sarà impegnata nella Campagna per votare NO al Referendum Costituzionale di ottobre.
Nei prossimi mesi sarà garantita la presenza del Segretario Nazionale, Manuel Santoro, e di alcuni dirigenti nazionali di CS nell’ambito dei primi incontri con la cittadinanza.

Marco Moriconi
Referente di Convergenza Socialista nel Comune di Pietrasanta

Convergenza Socialista sede nazionale:

https://convergenzasocialista.com/