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PROGRAMMA POLITICO DEL PARTITO. POLITICAL PLATFORM OF THE PARTY

In englishPOLITICAL PLATFORM OF SOCIALIST CONVERGENCE

Il seguente programma sarà rivalorizzato ed ampliato dai dipartimenti di lavoro del partito.

LE MACRO LINEE GUIDA di CONVERGENZA SOCIALISTA:
1) sul piano economico, la nazionalizzazione delle risorse naturali e dei servizi di base, incluso quello bancario;
2) sul piano sociale, piena ed equa ridistribuzione della ricchezza;
3) sul piano politico, la piena rappresentativita’ nelle istituzioni affinche’ nazionalizzazione equivalga a socializzazione e non sia un processo in mano a pochi.

La priorità di Convergenza Socialista è ripensare un Nuovo Stato Sociale, e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale in cui ci ritroviamo.

Prima di tutto dobbiamo comprendere che il nostro compito è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Questo richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che dobbiamo adoperarci lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarci per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarci per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali.

Terzo, adoperarci affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una forza socialista per la povera gente che rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista.
Dovremo, quindi, da subito, puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare radicandoci nei territori. Un movimento dei molti contro una politica di semplice ricerca di cartelli a fini elettoralistici. Oggi un partito la cui esistenza risiede prettamente nei suoi fini ellettoralistici non ha alcun senso politico e sociale, e non è strumento di un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Quarto, adoperarci affinché si torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne puntando alla realizzazione di un nuovo Stato sociale.

I dieci punti di CS

01 – In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie Z, cioè, individui spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.

02 – Per superare la grave crisi economica occorre costituire in Italia e in Europa un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi istruirsi e difendersi legalmente.

03 – La creazione di un Nuovo Stato Sociale deve diventare la ‘priorità delle priorità’, da effettuare a qualsiasi costo e sacrificio. E’ un’esigenza che riguarda e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo ordinato.

04 – Per Stato Sociale non s’intende Stato Assistenziale, caritatevole. Stato Sociale significa consentire a tutti i cittadini, in cambio di prestazioni socialmente utili e possibilmente redditizi per lo Stato, la possibilità di guadagnare l’indispensabile per vivere dignitosamente.

05 – Naturalmente alle persone disabili, agli anziani e a tutti coloro che oggettivamente sono impossibilitati a compiere una qualsiasi attività va riconosciuto un adeguato sostegno economico.

06 – Per raggiungere questi obiettivi lo Stato dovrà tornare a essere il principale erogatore e controllore dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, l’elettricità, il gas, l’acqua, l’ambiente, ecc. Servizi che dovranno essere erogati dallo Stato senza finalità di lucro ma in maniera efficiente e concorrenziale con i servizi forniti dai privati.

07 – Il finanziamento del Nuovo Stato Sociale richiederà la creazione di un capitolo di spesa autonomo, identificabile con un Fondo Sociale gestito da una banca pubblica senza finalità di lucro e socialmente utile.

08 – Il Fondo Sociale potrà essere alimentato: a) dal cambio di destinazione di numerose imposte ‘improprie’ gravanti sulla benzina (ad esempio, per la guerra di Abissinia del 1935 o per la crisi di Suez del 1956); b) da un’adeguata valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico e archeologico (il più grande del mondo) che oggi frutta pochissimo alle casse dello Stato (basti ricordare che il museo del Barcellona calcio incassa quasi lo stesso del Colosseo).

09 – L’utilizzo delle risorse provenienti dal patrimonio culturale e archeologico non va considerato una regalia concessa ai poveri ma un’eredità lasciata a tutti gli italiani dalle generazioni precedenti.

10 – L’introduzione di un Nuovo Stato Sociale richiede l’affermazione in larghi strati della popolazione di una nuova coscienza nazionale, basata sul recupero dei valori sociali. Questo compito, anche in un’ottica di lungo termine, dovrà in buona parte essere assolto dal potenziamento dell’Educazione civica nelle scuole.

Bozza di Programma Politico

Democrazia e Costituzione

Legge elettorale, ripudio della guerra ed abolizione del finanziamento pubblico alle scuole private

Legge elettorale

La libertà di votare il soggetto politico più vicino alle proprie idee e l’eguaglianza tra tutti i cittadini nell’avere diritto ad essere rappresentati nelle istituzioni della Repubblica, ed in particolar modo in Parlamento, rende la piena rappresentatività un obiettivo da perseguire e da raggiungere. Proponiamo un sistema elettorale proporzionale in cui gli eletti siano scelti con il voto di preferenza.

Attuazione dell’Articolo 11 della Costituzione

L’Art. 11 cita chiaramente che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Puntiamo sulla riduzione drastica delle spese sugli armamenti, soprattutto quelli offensivi, e chiediamo di verificare se, con il denaro pubblico, vengano sovvenzionate aziende che producono componentistica per mine antiuomo. In questo senso, gli organismi internazionali acquistano importanza strategica nella risoluzione delle controversie a livello mondiale. Chiediamo il rafforzamento del ruolo strategico delle Nazioni Unite come principale interlocutore e paciere dei conflitti internazionali.

Attuazione dell’Articolo 33 della Costituzione

L’Art. 33 cita che la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi, mentre enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. Chiediamo con forza allo Stato l’abolizione della legge 62/2000 sul finanziamento delle scuole private con soldi pubblici. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente, la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

Economia

Qualità della vita, rinnovata politica industriale e sistema bancario socialmente utile

Qualità della vita come indicatore economico

L’indicatore più diffuso ed usato per valutare il benessere di un Paese è il Prodotto Interno Lordo (P.I.L.). Il P.I.L., però, è solo un indice di quantità e non di qualità. Misura, cioè, solo il valore di quello che viene prodotto da un Paese in un anno. Il P.I.L. non tiene conto di quei beni che non hanno un mercato e, quindi, richiedono una misura qualitativa. Non misura i costi indotti dalle attività produttive come inquinamento e sfruttamento non sostenibile delle risorse. Non misura la qualità della spesa pubblica. Proponiamo, quindi, di utilizzare un indicatore qualitativo (e.s. Q.U.A.R.S. – Indice di Qualità Regionale dello Sviluppo – Sbilanciamoci.org) come vero indicatore di benessere di un Paese. Il Q.U.A.R.S. descrive un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità, la sostenibilità e la solidarietà in quanto rappresenta e sintetizza quattro indici: l’indice di Sviluppo Umano, elaborato dall’O.N.U.; l’indice di Qualità Sociale, composto da indicatori su sanità, salute, scuola e pari opportunità; l’indice di Ecosistema Urbano, ottenuto da Legambiente; l’indice di Dimensione della Spesa Pubblica, che valuta i livelli di spesa su istruzione, sanità, ambiente ed assistenza.

Ripensare la grande industria

Ridefinire le direttrici di una politica industriale, ecologicamente compatibile, nel nostro Paese è a dir poco necessario se si vuole affrontare con coraggio e senza illusioni il problema del lavoro e della crescita economica. L’Italia è un Paese con un tessuto produttivo composto prevalentemente da piccole-medie imprese e, quindi, da piccoli investimenti, che per troppo tempo si è convinta che bastassero milioni di partite Iva (Tremonti dixit) per una economia competitiva e sostenibile. Purtroppo non è così, e in un mondo globalizzato, ad alta competitività industriale con enfasi sull’export, attivare i grandi poli dell’economia italiana nei settori dell’informatica, della chimica, della farmaceutica, dell’elettronica, e via discorrendo, diventa prioritario. Per tre motivi: Primo, una galassia di piccole-medie imprese puntellate da grandi centri dell’innovazione industriale e dell’avanzamento tecnologico è in grado di sopravvivere a momenti di lunga crisi in quanto continua ad attingere commesse, e quindi lavoro, da chi può competere globalmente in momenti difficili; Secondo, i grandi poli dell’economia contribuiscono enormemente alla crescita professionale di risorse umane altrimenti perdute; Terzo, solo un tessuto produttivo con grandi punti di riferimento può sperare di risollevare una economia di piccole-medie imprese impantanate in una crisi profonda. Puntiamo, quindi, su tre priorità di crescita economica individuate nello sviluppo economico basato 1) sulla conoscenza e sull’innovazione; 2) sulla promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; 3) sulla valorizzazione di una economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

Sistema bancario socialmente utile

Le famiglie e la piccola impresa sono i soggetti più in difficoltà durante lo svolgersi delle crisi economiche anche per il fatto che, allo scoppio di una crisi, il sistema bancario tende a chiudere i rubinetti del credito. Il fattore cardine che non aiuta famiglie, lavoratori e piccola impresa (i soggetti cioè più vulnerabili in quanto privi di assets importanti la cui vendita potrebbe comportare riduzione di debito accumulato oppure “downscaling” tipico delle grandi aziende e multinazionali) ad uscire da situazioni economiche e sociali difficili è nell’inutilità sociale del nostro sistema bancario. Oggi la produttività in tanti settori dell’economia è crollata, e con essa è aumentata la disoccupazione. Si spende troppo poco. La spesa per l’edilizia residenziale e per i beni di consumo è in calo. Sono in calo gli investimenti delle imprese. La spesa complessiva è in netto calo. Il problema è in una domanda troppo bassa. Quando si è immersi nella fase espansiva dell’economia due fenomeni tendono a coesistere. Un forte sviluppo dell’edilizia residenziale ed una elevata spesa per consumi. Prima della crisi del 2008 entrambi i fenomeni erano indotti dai prezzi sempre più alti delle case i quali avevano causato sia un boom dell’edilizia sia un eccesso di spesa da parte dei consumatori (che si sono sentiti più ricchi per una più alta offerta di moneta). Un aumento di spesa dei consumatori porta ad una diminuzione delle scorte dei beni prodotti, quindi, ad un aumento della produzione e, quindi, dell’occupazione. Durante queste fasi espansive, un aumento delle capacità produttive dovute ad un aumento sostenuto della domanda porta le imprese ad espandersi, in dimensione e geograficamente, anche chiedendo soldi al sistema bancario. Il dramma per le famiglie, i lavoratori e le piccole imprese sorge quando l’innalzamento generale dei prezzi è sorretto, in una delle sue voci, da una bolla la quale esplodendo porta giù tutto il resto. Una bolla non significa altro che il prezzo di un bene è salito nel tempo in modo del tutto irragionevole, senza alcuna motivazione reale, coinvolgendo così in questa salita i prezzi di altri beni. Nel momento in cui una di questi fattori cade, l’intero castello tende a crollare e ci si avvia rapidamente verso il baratro. Ognuno, nel suo campo di influenza, corre a difendere il difendibile. Le banche che stavano, sino a quel momento, facendo soldi prestando denaro ad altre banche, imprese e famiglie, chiudono i rubinetti del credito. Le famiglie indebitate durante la fase espansiva in cui l’offerta di moneta era alta ed in grado di ripagare i propri debiti, non riescono più a pagare soprattutto se i debiti sono elevati ed il prezzo del bene contratto cala rapidamente. Una azienda che si è obbligata contrattualmente a dedicare la maggior parte del flusso di cassa al rimborso del debito sostenuto per finanziare una acquisizione oppure una espansione aziendale, potrebbe andare in insolvenza se le vendite calano. Il rallentamento repentino dell’economia dovuto allo scoppio di una crisi che coinvolge l’intera società, crea una situazione in cui quasi tutti i debitori si trovano costretti ad agire rapidamente per ridurre i propri debiti. Sta di fatto che solo chi possiede risorse monetarie aggiuntive e/o extra assets vendibili sul mercato, è in grado di far fronte al dramma di una crisi di sistema. Ora, quando le crisi sono gravi e vi è un congelamento forte della liquidità complessiva, il pensiero economico si rivolge alla politica monetaria mettendo in moto due strumenti essenziali:l’incremento dell’offerta di moneta e l’abbassamento dei tassi d’interesse. Si procede, quindi, con misure di politica monetaria senza toccare la leva fiscale oppure la spesa per investimenti. Ci si accorge allora, come durante l’ultima crisi, che un contesto di trappola di liquidità è seriamente possibile. Questo significa che la domanda è ancora troppo debole e le grandi banche (coloro beneficiare tra l’altro dei vari quantitative easing) non prestano per l’inconvenienza (o mancaza di profitto) di farlo a tassi troppo bassi ed in un contesto sociale (alta probabilità di insolvenza) troppo incerto. E’ evidente allora come sia necessario, soprattutto per la sua utilità durante le fasi di crisi economiche e sociali, riconvertire o parallelizzare un sistema bancario a tenuta privata con uno che sia un servizio socialmente utile. Un sistema bancario che aggredisca e risolva il problema del credito soprattutto per le famiglie e le piccole imprese e che, quindi, abbia l’effetto di agire direttamente sulla ripresa economica agendo sui consumi ed investimenti.

Lavoro e Società

Il lavoro e la qualità della vita, salute e sicurezza, stipendi della politica

Il rapporto lavoro – qualità della vita

Avere un lavoro è necessario per vivere. Avere un lavoro che piace, invece, è necessario per vivere con una certa qualità. In tutta Europa, la lotta alla disoccupazione è percepita come uno dei principali mezzi per migliorare le condizioni economiche e sociali nella vita familiare. A rafforzare il binomio lavoro-qualità della vita è l’idea che l’esercizio di un’attività professionale sia strettamente legata alla soddisfazione nella vita sociale. Un lavoro appagante porta ad avere contatti sociali, autostima ed una migliore qualità della vita. La disoccupazione di lunga durata, invece, è causa essenziale della povertà e del conseguente deterioramento degli standard di vita. E’ evidente, allora, che una politica economica che si concentri sul lavoro in quanto tale senza prendere in considerazione la qualità della vita dell’individuo sia una politica deficitaria che manca di analizzare il problema lavoro da una prospettiva più ampia e di lungo periodo. Proponiamo di perseguire una politica economica che, sul tema lavoro, concili l’occupazione con la qualità del lavoro e, quindi, con la qualità della vita dei cittadini.
Salute e sicurezza sul lavoro sono la priorità

La Corte di Cassazione ha ribadito, con la sentenza n. 31679 datata 11 Agosto 2010, che “il datore di lavoro deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi a informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi del lavoro”. L’essere “garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore” dovrebbe altresì includere, da parte del datore di lavoro, la salvaguardia di tutti quei lavoratori esposti a fonti altamente inquinanti con danni ingenti per la salute. Detto questo, vogliamo la riconversione delle aziende inquinanti e, quindi dei luoghi di lavoro altamente nocivi per il lavoratore, in aziende a basso o nullo impatto ambientale in modo tale da garantire “l’integrità del lavoratore”.

Stipendi della politica

Gli stipendi dei politici, dai consiglieri comunali e regionali agli assessori, dai sindaci ai presidenti di regione, sino ai nostri Parlamentari, sono costantemente aumentati negli anni. Questo aumento è avvenuto ed avviene in un Paese dove il reddito medio dichiarato è di poco meno i 20.000 euro. E’ indubbio che, in questi numeri, molto c’è tra nero ed evasione fiscale. E’ importante allora responsabilizzare la classe politica nazionale e locale. Proponiamo l’ancoraggio annuale degli stipendi della politica al reddito medio dichiarato l’anno precedente dai cittadini italiani. Questa proposta comporta l’implementazione di un fattore di scala fisso rispetto al reddito medio dichiarato dagli italiani, ritenuto giusto ed equo, e diverso a seconda della carica pubblica ricoperta; i costi della politica vanno ridimensionati e legati alle possibilità reali del Paese.

Casa

Case popolari e residenti senza fissa dimora

Nuove abitazioni popolari ed assorbimento dell’invenduto

E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda rilevante e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Residenti senza fissa dimora

Il numero stimato delle persone senza fissa dimora si aggira tra i 43-mila e le 52-mila unità, tenendo presente che la stima è di tipo campionario e che i comuni coinvolti sono 158 (studio Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e la Caritas italiana). Non coinvolgendo l’intera popolazione, quindi, si stima che le persone senza fissa dimora nel Nord-ovest corrispondano allo 0,35% della popolazione residente. Lo 0,27% nel Nord-est, 0,20% nel Centro, lo 0,21% nelle Isole e lo 0,10% nel Sud. Il non possedere una residenza anagrafica significa non solo non poter accedere a molti servizi socio-assistenziali, ma anche il non godere di alcuni diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, quali il diritto di voto e l’accesso al Sistema Sanitario Nazionale. E la condizione di senza fissa dimora produce problemi materiali rilevanti che rendono difficile la risoluzione del problema, a cominciare proprio dalla concreta eventualità di trovare e conservare un posto di lavoro e uscire, così, dalla marginalità. Considerando, quindi, la complessità della situazione per le persone senza fissa dimora, la problematica di dichiarare o provare l’esistenza di un domicilio legato comunque al territorio e la rigidità, nonché l’inopportunità di una iscrizione al Comune di nascita del tutto slegata dal legame della persona senza fissa dimora con il territorio, l’ISTAT nella nota pubblicazione “Metodi e norme” n. 29/B del 1992 suggerisce, in analogia a quanto avviene per le indagini censuarie con la costituzione di una sezione speciale non territoriale, l’istituzione di una via territorialmente non esistente. La competenza per l’intitolazione di aree di circolazione è a carico della Giunta comunale la quale è tenuta ad ottenere l’autorizzazione al prefetto (art. 1, legge 23 giugno 1927, n. 1188). La via territorialmente non esistente, poi, rientra nei compiti gestionali per i quali può intervenire direttamente l’ufficiale dell’ Anagrafe. L’Ufficio dell’Anagrafe è l’ente competente preposto alla denominazione delle vie territorialmente non esistenti, ad eccezione dei casi in cui si tratti dell’intitolazione ad una persona (deceduta da almeno 10 anni o, con deroga, da tempo inferiore) per i quali resta in capo alla Giunta comunale. Puntiamo, quindi, in tutte le sedi competenti sino alla formulazione di apposita proposta di legge alla risoluzione massima di questa problematica.

Ambiente

Energie rinnovabili, abbattimento del grande inquinamento industriale, mobilità ed edilizia

Il nucleare ed il carbone sono una follia

L’energia ottenuta da fonti rinnovabili è il futuro del nostro pianeta. L’Italia dovrebbe essere in prima fila per la ricerca e la sponsorizzazione nel mondo di una “nuova” economia basata sulle rinnovabili. L’Italia, infatti, è un Paese povero di materie prime e di risorse energetiche nel senso classico del termine. E’, invece, ricchissimo di fonti rinnovabili come vento, sole, geotermia e biomasse. In vista di tutto ciò, l’Italia dovrebbe finalmente dotarsi di un piano energetico pluri-decennale basato sulle rinnovabili, rinnegando senza tentennamenti il nucleare ed il carbone. Puntiamo su uno stop immediato dei progetti sul nucleare (referendum già vinto) ed un piano energetico di 30 anni che rivoluzioni il sistema Paese basandolo sulle energie da fonti rinnovabili.
Abbattimento del grande inquinamento industriale. Riconversione ambientale

In Italia ci sono realtà di grande degrado ambientale che non possono più essere tollerate. Per l’emissione di anidride carbonica, per esempio, la centrale termoelettrica Enel di Brindisi si colloca all’ottavo posto in Europa, seguita dall’Ilva di Taranto e dalla centrale termoelettrica di Taranto. Se si guarda, invece, al peso di inquinanti tipo metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, benzene e si utilizza come metro di misura la quantità di mercurio presente, la classifica dei grandi inquinatori in Italia è guidata dall’Ilva di Taranto, seguita dalla Syndial di Priolo e dalla cementeria Sacci di Testi, Firenze. Detto questo, lottiamo per una politica di abbattimento ed annullamento del grande inquinamento industriale e, nello stesso momento, di riconversione del lavoro e, quindi, del tessuto economico locale, verso forme occupazionali ambientalmente compatibili.
Mezzi di locomozione: allontanarsi dall’inquinamento ambientale ed acustico

La grande sfida che ci proponiamo di affrontare è la graduale realizzazione di un progetto ambizioso che ci conduca oltre i veicoli con motori a combustione interna. Per esempio, i veicoli elettrici possono essere una soluzione certa visto che hanno una maggiore efficienza energetica. Inoltre, l’elettrico non produce fumi di scarico né vapor d’acqua e produce un inquinamento ambientale praticamente nullo se rifornito con energia prodotta da fonti rinnovabili. Per non parlare della drastica riduzione dell’inquinamento acustico. Puntiamo sulla graduale, ma spedita, sostituzione dei veicoli con motori a combustione interna con veicoli ad “energia da fonti rinnovabili”, i.e. elettrico.
Valorizzare l’edilizia “giusta”

L’edilizia giusta è l’esigenza di tutelare l’ambiente prevedendo il giusto utilizzo di materie prime e smaltimento di rifiuti prodotti dall’edilizia, di tutelare la salute evitando il rilascio di sostanze tossiche all’interno degli ambienti costruiti, di tutelare se stessi risparmiando energeticamente. Vogliamo limitare drasticamente il consumo di risorse non rinnovabili e vuole utilizzare materiali non nocivi ed ecologici, riducendo al minimo l’impatto sulla salute e sull’ambiente.

Legalità

Conflitto d’interessi, revisione reati-pene, certezza della pena, “class-action” e testimoni di giustizia

Risolvere l’anomalia italiana

L’Italia ha disperatamente bisogno di una legge che risolva i tanti conflitti d’interessi che da anni ci affliggono e di una legge “ammazza lobby”. Chiediamo che non sia candidabile chi, proprietario di mezzi d’informazione, sia nel settore dell’etere, sia nella carta stampata, sia nella comunicazione telematica, concentri nelle sue mani più del 5% del mercato valutato su base nazionale o locale. Inoltre, chiediamo che chi non è proprietario di mezzi d’informazione ma di determinate imprese, inclusi i grandi azionisti, patrimoni, ecc, che direttamente o indirettamente rientrano in una situazione di conflitto deve cedere i beni ed i patrimoni ad un blind-trust. Infine, per il motto “un consigliere per consiglio d’amministrazione”, proponiamo che un consigliere di nomina politica faccia parte solo ed esclusivamente di un consiglio d’amministrazione. Concludendo, dobbiamo lavorare per ricercare tutte quelle soluzioni legislative per annientare l’influenza delle lobby sulla politica italiana.
Riduzione dei reati e certezza della pena

Il nostro Paese è in una situazione economica disastrata e la macchina della giustizia non è da meno, macchina in cui il deficit in termini di risorse umane e logistiche è impressionante. Inoltre, la lentezza dell’azione giudiziaria è insopportabile. Un primo passo per superare questo problema è un revisione dei reati e delle relative pene. Mentre sarebbe auspicabile perseguire il falso in bilancio con pene severe e certe, una forte azione antiproibizionista va ricercata. Proponiamo una importante riduzione del numero complessivo di reati attinenti all’area antiproibizionista, iniziando dall’uso delle droghe leggere. Inoltre, vogliamo un intervento legislativo esaustivo per la certezza della pena, fermando la prescrizione all’udienza preliminare.
Legge sulla “class action”

Il poco coraggio e i diversi interessi della classe politica italiana ci inducono a proporre l’unico mezzo che il cittadino ha per difendersi dalla grande industria e dalle grandi multinazionali. La “class action”, esattamente come implementata negli Stati Uniti d’America. Basta, infatti, un prodotto difettoso, un danno alla salute dei cittadini, e scattano sanzioni economiche che possono mettere in ginocchio le più grandi multinazionali: dal tabacco all’automobile, dall’acciaio all’energia. La “class action” ha l’effetto di riequilibrare i rapporti di forza con le potenze economiche. Se un singolo consumatore fa causa ad una grande azienda ha molte probabilità di essere schiacciato. Ma se decine o centinaia di migliaia di consumatori si uniscono, diventano allora temibili. Proponiamo norme legislative che implementino in Italia la class action così come pensata ed implementata negli Stati Uniti. Senza scorciatoie, senza annacquamenti a discapito del cittadino-consumatore.
Testimoni di giustizia

I testimoni di giustizia sono normalissimi cittadini che hanno denunciato crimini mafiosi avendo fiducia nello Stato. Lo status legislativo dei testimoni di giustizia è, oggi, diverso da quello dei pentiti o, cosiddetti collaboratori di giustizia, grazie alla legge numero 45 del 2001. Tale legge, però, va applicata e considerevolmente migliorata. Proponiamo: 1) la revisione delle modalità di giudizio per la revoca del programma di protezione dei testimoni da parte della commissione centrale di protezione del Ministero dell’Interno affinché i rischi per l’incolumità dei testimoni siano drasticamente minimizzati; 2) incentivare l’inserimento dei testimoni di giustizia nella società garantendo loro documenti di copertura coerenti tra loro e con quelli dei propri familiari; 3) l’acquisto da parte dello Stato dei beni immobili al prezzo di mercato evitando il loro graduale deprezzamento che va esclusivamente a discapito del testimone; 4) la fermezza dello Stato nel rispettare e far rispettare i pari diritti dei testimoni rispetto a chiunque altro cittadino italiano nelle varie incombenze della vita, dai mutui all’iscrizione a scuola dei figli.

Abbattimento della povertà

Accesso al cibo e reddito minimo

Accesso al cibo. Dovere morale ed opportunità strategica

La malnutrizione e la mortalità nel mondo pongono, soprattutto ai Paesi più industrializzati, un problema politico serio che sino ad oggi non si è voluto affrontare in modo degno. E’ non parliamo dell’Italia che ha tagliato drasticamente le risorse destinate alla cooperazione. Il problema è globale e tremendamente serio la cui soluzione è del tutto politica. Oltre un miliardo di persone soffre la fame nel mondo, il che significa che un sesto della popolazione mondiale rischia la morte per denutrizione. Questa tragicità avrà sviluppi geo-politici notevoli nel medio-lungo termine, ed il mondo occidentale ha il dovere morale, da una parte, e l’opportunità strategica, dall’altra, di ricercare una via, una pianificazione certa per lo sviluppo e l’integrazione dei Paesi più poveri. Dovere morale perché la fame ha a che fare con l’intera economia mondiale e, quindi, con gli assetti politici e sociali che influiscono sulla possibilità e sulla capacità delle popolazioni di ricercarsi il cibo. Opportunità strategica, invece, perché la fame, la siccità, le epidemie e le guerre hanno sempre creato flussi migratori che, avvolte, possono risultare incontenibili. Senz’altro pericolosi se non si è pronti politicamente e socialmente ad un tale cambiamento. Premiamo affinché i 34 Paesi OCSE si sveglino e recepiscano un appello che, ormai, da più parti viene rivolto loro. Usare parte di quanto stanziato ogni anno, 365 miliardi di euro, come sovvenzioni all’agricoltura nei Paesi dell’OCSE per avviare una politica globale di accesso al cibo.
Reddito minimo

“Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila). Tra il 2012 e il 2013, l’incidenza di povertà relativa tra le famiglie è stabile (dal 12,7 al 12,6%) in tutte le ripartizioni territoriali; la soglia di povertà relativa, pari a 972,52 euro per una famiglia di due componenti, è di circa 18 euro inferiore (-1,9%) al valore della soglia del 2012. L’incidenza di povertà assoluta è aumentata dal 6,8% al 7,9% (per effetto dell’aumento nel Mezzogiorno, dal 9,8 al 12,6%), coinvolgendo circa 303 mila famiglie e 1 milione 206 mila persone in più rispetto all’anno precedente. La povertà assoluta aumenta tra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all’11,8%) e cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%). Peggiora la condizione delle coppie con figli: dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se i figli sono tre o più, soprattutto se almeno un figlio è minore. Nel 2013, 1 milione 434 mila minori sono poveri in termini assoluti (erano 1 milione 58 mila nel 2012). L’incidenza della povertà assoluta cresce tra le famiglie con persona di riferimento con titolo di studio medio-basso (dal 9,3 all’11,1% se con licenza media inferiore, dal 10 al 12,1% se con al massimo la licenza elementare), operaia (dal 9,4 all’11,8%) o in cerca di occupazione (dal 23,6 al 28%); aumenta anche tra le coppie di anziani (dal 4 al 6,1%) e tra le famiglie con almeno due anziani (dal 5,1 al 7,4%): i poveri assoluti tra gli ultra sessantacinquenni sono 888 mila (erano 728 mila nel 2012). Nel Mezzogiorno, all’aumento dell’incidenza della povertà assoluta (circa 725 mila poveri in più, arrivando a 3 milioni 72 mila persone), si accompagna un aumento dell’intensità della povertà relativa, dal 21,4 al 23,5%. Le dinamiche della povertà relativa confermano alcuni dei peggioramenti osservati per la povertà assoluta: peggiora la condizione delle famiglie con quattro (dal 18,1 al 21,7%) e cinque o più componenti (dal 30,2 al 34,6%), in particolare quella delle coppie con due figli (dal 17,4 al 20,4%), soprattutto se minori (dal 20,1 al 23,1%)” (ISTAT). In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro. Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Salute

Diritto alla salute e testamento biologico

Il diritto alla salute è di tutti

La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tuttora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri. In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Proponiamo una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.
Testamento biologico

La normativa sul testamento biologico ha trovato, e trova tuttora in Italia, grandi ostacoli dovuti, soprattutto, all’ostruzionismo della Chiesa Cattolica, alla obbedienza dei politici vicini alle posizioni del clero ed alla reticenza da parte di gran parte della classe politica a voler discutere un tema così spinoso. Proponiamo il “Living will”, già legge negli Stati Uniti d’America dal 1991 con il “Patient self determination Act”: nutrizione e idratazione sono considerati trattamenti sanitari, non mezzi per il mantenimento della vita; il paziente cosciente e capace può’ rifiutare i trattamenti anche se di sostegno vitale; per quanto riguarda il paziente non più’ cosciente, va rispettato il suo rifiuto di terapie se espresso e documentato in condizioni di capacita’; se il paziente non più’ cosciente non ha espresso, in condizioni di capacita’, una propria volontà’ sulle cure, la decisione sulle scelte terapeutiche sarà’ presa da un fiduciario (substituted judgement), solitamente ma non necessariamente un familiare.

Scuola e Università

Comodato d’uso, asili nido e materne. Merito ed eccellenza nelle nostre università. No al numero chiuso

Il risparmio familiare

Le famiglie italiane vengono annualmente dissanguate dai costi, avvolte osceni, associati alla scuola. Le famiglie, oggi più che mai, hanno bisogno di una riduzione delle spese per la scuola. Facendo i conti anche con le disastrate finanze pubbliche, cominceremo a discutere di sobrietà e di re-ciclo nella scuola. Proponiamo il comodato d’uso dei libri, che a fine anno vengono restituiti alla scuola che li darà ad altri studenti l’anno successivo. Inoltre, nel settore pubblico, chiediamo che gli asili nido e le materne siano fruibili gratuitamente, mentre si creino le condizioni per forti riduzioni, sino all’azzeramento, delle spese delle famiglie sino alle superiori per incentivare l’educazione pre-universitaria. La copertura finanziaria è nel taglio delle spese militari iniziando dagli armamenti per usi offensivi.
I baronati uccidono il nostro futuro

L’Italia deve diventare un Paese meritocratico eliminando, nelle università, sacche di favoritismi e parentele. Oggi, purtroppo, è un dato di fatto che i rettori abbiano famiglia in 25 delle 59 università, con un parente stretto nel medesimo ateneo per quasi il 50% di loro. E’ indecente che intere dinastie familiari siano andate, nei decenni, alla conquista di tutte le cattedre disponibili svalorizzando il merito e, quindi, declassando l’eccellenza dello studio e della ricerca. Proponiamo 1) la cancellazione del concorso pubblico come metodo per la scelta del “vincitore” istituendo, invece, il metodo basato sulla presentazione pubblica di Curriculum Vitae e sulla valutazione, resa pubblica, dei candidati; 2) la qualifica di dottore, cancellando l’obbrobrio del termine “dottore magistrale”, solo per i laureati del vecchio ordinamento oppure del 3+2.
No al numero chiuso

L’Italia non deve seguire la strada di una istruzione elitaria ed altamente selettiva. Tutti i corsi universitari devono essere accessibili a tutti i cittadini. L’autodeterminazione studentesca ed il libero accesso al sapere, alla cultura devono essere perseguiti con coraggio. Chiediamo l’abolizione del numero chiuso in tutte le realtà universitarie e per tutti i corsi di laurea.

Laicità

Equiparazione dei diritti delle coppie alle famiglie

Coppie e famiglie. Eguali diritti, eguali doveri

Le convivenze e le forme di famiglia nel nostro Paese risultano essere in continua crescita e risultano essere abbastanza variegate. E’ evidente che una politica libertaria ed egualitaria non può ammettere differenze giuridiche tra coppie sposate e coppie non sposate, ma di fatto coppie. Il diritto deve ergersi univoco nei confronti della coppia, costituita e dichiarata tale dai suoi membri. Lo Stato non può e non deve privilegiare la coppia-famiglia fondata sul matrimonio a discapito delle coppie di fatto. Chiediamo regole giuridiche uniche per la coppia, dichiarata tale dai suoi membri e, quindi, l’equiparazione nel diritto tra coppie sposate e coppie di fatto, laddove le coppie di fatto potranno essere composte anche da persone dello stesso sesso.

Animalismo

Aboliamo la caccia come sport e la vivisezione come pratica medioevale

Aboliamo la caccia come sport

La caccia come sport e divertimento è una barbarie culturale e sociale. La caccia uccide, stravolge l’equilibrio degli ecosistemi, coltiva le demenze culturali più becere dell’uomo come la violenza, la prepotenza, l’arroganza. Chiediamo fortemente l’abolizione della caccia. Inoltre, vogliamo l’estensione ad altre specie animali del diritto di vivere in libertà e di non soffrire inutilmente.

Contro la vivisezione

Sono ben 12 milioni gli esseri viventi strumentalmente usati nei laboratori europei con la pratica barbara della vivisezione. Le potenti industrie farmaceutiche, con il beneplacido dei politici italiani ed europei, trovano molto più remunerativo per le loro tasche esercitare una sperimentazione obsoleta ed inutile come la vivisezione, la quale ha il pregio di offrire vittime a basso costo. A questo va contrapposta la voce dei popoli che in tutti i sondaggi risuona decisamente contraria alla sperimentazione animale. Come sempre la politica ed i politici si piegano agli interessi delle grandi lobbies, infischiandosene dei più deboli e della volontà di chi li ha votati, rendendosi complici di crimini perpetrati sotto la bandiera della legalità. Chiediamo l’abolizione certa della vivisezione e di qualsiasi esperimento che comporti sofferenza di esseri senzienti.

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UN PRIMO PASSO PER UNA ‘CONVERGENZA’ SOCIALISTA

di Manuel Santoro

Definiamo il campo d’azione
Per una convergenza progettuale, strategica, delle forze socialiste in Italia

Il primo e ineludibile punto sul quale organizzare un ragionamento è racchiuso in una semplice domanda. Cosa è il socialismo, quali sono i suoi obiettivi politici e sociali.

Scartiamo da subito quella malsana idea secondo la quale il socialismo equivalga ad una sorta di riformismo centrista, annacquatamente moderato e blairiano. Non è quella la via.
Rispondere, quindi, alla domanda “cosa debba essere il socialismo” crea de facto una giusta e sana divisione nella galassia socialista poiché si forza l’emersione di chiari obiettivi finali diversi tra chi considera il socialismo alternativo al capitalismo e chi, invece, considera il socialismo come un velleitario esercizio appunto blairiano che renda il capitalismo umanizzato, accettabile alle fibrillazioni del moderatismo di sinistra e alla finanza internazionale. La chiarezza ideologica è prioritaria se si vuole avere alcuna possibilità di organizzare con successo una seria progettualità per la rinascita del socialismo italiano.
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LA “PROFEZIA” DI TURATI DEL 1921: IL SOCIALISMO CONTRO LA VIOLENZA POLITICA

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

brevissima introduzione al discorso di Filippo Turati al XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano

Nel gennaio del 1921 si svolge a Livorno il famoso XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, quello che segnerà la scissione dei cosiddetti “comunisti puri” di Antonio Gramsci e Umberto Terracini (de “L’Ordine Nuovo” di Torino) e di Amadeo Bordiga (de “Il Soviet” di Napoli), con la conseguente nascita del Partito Comunista d’Italia. Ciò che può facilmente sorprendere il lettore è il fatto che lo scontro maggiore non avviene tra i futuri comunisti e l’ala “destra” riformista di Filippo Turati e Claudio Treves, ma tra i primi e i cosiddetti “socialisti comunisti” di Giacinto Menotti Serrati. Questi ultimi erano gli eredi della vecchia “sinistra” massimalista del PSI e detenevano l’egemonia del partito già dal XIII Congresso Socialista di Reggio Emilia del 1912. Entrambi i gruppi volevano all’adesione del PSI alla Terza Internazionale (il Komintern) e si definivano “marxisti rivoluzionari”: erano favorevoli a una presa del potere con mezzi violenti, come in Russia, e alla successiva instaurazione di un sistema di governo di tipo sovietico.
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LA NECESSITA’ DI UNA CONVERGENZA SOCIALISTA

di Pietro Spagnuolo, Presidente della Commissione nazionale di Garanzia

Lettera al direttore di puntocontinenti.it, Rainero Schembri

Caro direttore,

l’età della nostra maturazione vitale o, se preferisci, della nostra vecchiaia, mi induce a fare alcune considerazioni nel rispondere al tuo (provocatorio?) quesito se abbia ancora un senso auspicare un (forte!?) partito socialista.

Si tratta qui di considerazioni riguardanti l’uomo attraverso la sua sofferta Storia. Infatti fino a qualche lustro fa era facile individuarne le esigenze vitali ed esistenziali, quando si viveva in territori fisicamente circoscrivibili, dove chi sfruttava i suoi simili per ignobile arricchimento personale, era facilmente individuato e combattuto da chi propugnava il nobile ideale del socialismo. Ideale che notoriamente, prima ancora che come idea, dottrina filosofica e ideologia politica, nasce come reale partecipazione alle sofferenze della vita lavorativa.

Oggi però vedo le cose cambiate e anche se un padrone sfrutta i suoi dipendenti, non mi pare che gli stessi dipendenti possano e vogliano più prendersela con lui. Tutto questo perché è cambiato il mondo mentre l’Italia è rimasta ferma sulle sue pessime abitudini.
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COMITATO PER IL NO DI CONVERGENZA SOCIALISTA

Referendum Costituzionale: CS attiva il Comitato per il NO del partito

Si inizia il 17 Settembre a Pietrasanta, Lucca.
Il 24 Settembre a Codogno (Lodi), 1 Ottobre a Terni, 8 Ottobre a Sutri (Viterbo).
Sarà poi la volta di Roma ed altre date da stabilire. Molto dipenderà anche da quando si andrà a votare.

CS È CONTRO LA RIFORMA COSTITUZIONALE RENZI-BOSCHI-VERDINI, ma non esclude la possibilità di modifiche costituzionali. Queste però devono seguire canoni completamente differenti, nel metodo e nel merito.

Il Metodo: ogni riforma di tipo Costituzionale deve perseguire il più ampio coinvolgimento delle forze parlamentari e raggiungere il massimo del consenso. L’Italia, dal Mattarellum in poi, è stata svilita da un crescente deficit democratico che ha sottratto rappresentatività ad ampie fasce di cittadini ai quali è stato precluso il coinvolgimento nel processo di effettiva partecipazione alle scelte. Almeno quel poco di rappresentatività che ci è rimasta utilizziamola per ottenere il massimo del consenso parlamentare per le riforme di tipo Costituzionale.

Il Merito: il bicameralismo perfetto potrebbe anche essere modificato, ma, di fatto, non verrebbe superato se entrasse in vigore la riforma sottoposta a Referendum, poiché questa toglierebbe ai cittadini-elettori il diritto a eleggere il Senato.

CS ritiene fondamentale, per il bene della nostra democrazia, il ripristino della più ampia rappresentatività dei diversi orientamenti politici all’interno delle Assemblee Elettive. È fondamentale ritornare al concetto basilare della rappresentatività nelle istituzioni repubblicane.

Una legge elettorale proporzionale deve essere varata per consentire a tutto il Paese di partecipare, attraverso il lavoro degli eletti, alla vita democratica. Solo dopo è possibile discutere e convergere su riforme costituzionali che vadano verso forme di maggiore partecipazione e libertà politica, invece di incentivare forti restrizioni democratiche ed alienare milioni di cittadini dalla vita politica del Paese. Gli Italiani per uscire dalla crisi hanno bisogno di più democrazia e non più autoritarismo, come vorrebbe la riforma Boschi-Renzi-Verdini.

CS
persegue la libertà di votare il soggetto politico più vicino alle proprie idee e l’eguaglianza tra tutti i cittadini nell’avere diritto ad essere rappresentati in Parlamento.

CS
crede che la piena rappresentatività sia un obiettivo da perseguire e da raggiungere per allontanarsi una volta per tutte dall’arroganza della vita politica attuale e incamminarci lungo un sentiero che come obiettivo ha il dialogo, la comprensione delle diverse problematiche e opinioni e il raggiungimento di compromessi che tengano conto delle necessità e delle esigenze di ogni cittadino.

CS persegue riforme costituzionali che amplino il terreno democratico e non lo restringano; più democrazia e meno elitarismo, più dialogo e meno settarismo.

FERMIAMO LA DERIVA AUTORITARIA DELLA RIFORMA RENZI-BOSCHI-VERDINI
NO A NUOVE ELEZIONI SENZA UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE

UNIVERSITA’ STATALI E RICERCA PUBBLICA IN ITALIA: UNA SITUAZIONE MOLTO DIFFICILE

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Pochi mesi fa è stato presentato ufficialmente un grosso volume che racconta in modo particolareggiato, con cifre, tabelle e grafici, lo stato di salute degli studi universitari e della ricerca scientifica nel nostro paese. Si tratta del secondo rapporto biennale dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), una realtà costituita da esperti di nomina governativa e quindi assolutamente non sospetti di faziosità o di partigianeria anti-establishment (anzi, se mai dell’opposto). Eppure il quadro dipinto dall’ANVUR è assai preoccupante, peggiore di quello di due anni fa: (i) è basso il numero delle immatricolazioni; (ii) la percentuale di laureati e dottorati resta scarsissima rispetto alla media dei paesi dell’area OCSE (essenzialmente quelli economicamente più sviluppati); (iii) diminuisce il numero dei professori e dei ricercatori. Il dato meno sconfortante è quello (vi) secondo cui, almeno per ora, la ricerca scientifica italiana, nonostante un certo rallentamento, continua a essere a un buon livello rispetto alla media europea. Ma vediamo brevemente di cosa si tratta, riassumendo e commentando in poche righe le recenti analisi del giornalista scientifico Sandro Iannaccone apparse sulla rivista telematica Wired.
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SISTEMA BANCARIO ITALIANO. IN EUROPA SIAMO ALLA RESA DEI CONTI

di Manuel Santoro, Segretario nazionale

“La eccezionale gravità della recessione ha inciso significativamente sulla qualità degli attivi delle banche italiane, divenuta il principale fattore di vulnerabilità del sistema. A fine giugno i prestiti deteriorati ammontavano a 360 miliardi di euro, pari al 18 per cento del totale.”
Indagine conoscitiva sul sistema bancario italiano. Audizione di Carmelo Barbagallo. Roma, 9 Dicembre 2015

Il 18% dei prestiti bancari in Italia sono, quindi, ‘cattivi’. Tale percentuale che corrisponde a 360 miliardi di euro di crediti ‘cattivi’, non performanti, è più di tre volte i prestiti bancari ‘cattivi’ degli Stati Uniti su base percentuale, nel 2009, al culmine della crisi finanziaria.
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SANITÀ QUESTA SCONOSCIUTA, VA SEMPRE PEGGIO

di Giandiego Marigo, Dipartimento sulle politiche abitative e per gli anziani

Il caos nella sanità Lombarda e quindi nazionale è sommo, totale. Dichiararlo è sin troppo semplice, persino pedissequo, perché se in Lombardia “Fiore all’occhiello” della deregulation sanitaria nazionale si inizia a notare, ormai in modo sin troppo evidente, il sottostrato di schifo profondo e quindi tutti i limiti di un sistema che non tiene alcun conto dell’essere umano sull’altare di un distorto e disumano senso dell’efficienza e del risparmio, nonché della resa. Tanto da portare le associazioni dei malati a preoccuparsi in modo pubblico, quindi se la Lombardia piange possiamo solo immaginare lo stato della sanità nazionale.
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BREXIT: DESTRUTTURAZIONE E COSTRUZIONE

di Manuel Santoro, Segretario nazionale

Inizia la fase di destrutturazione dell’Unione Europea, quella dei burocrati, della finanza e delle grandi banche, quella delle istituzioni finanziarie ‘indipendenti’ (tradotto: private) come quasi tutte le Banche Centrali, quella dei negoziati a porte chiuse con milioni di europei totalmente ignari di quello che pochi, legati a doppio filo e per interessi personali alle multinazionali, stanno tramando, quella della moneta unica ma dei popoli slegati, divisi, estranei tra loro. Quella dei politici, dei CEO di banche, di uomini e donne nel mondo dell’informazione, dell’industria, dell’economia membri della Commissione Trilaterale e del gruppo Bilderberg.

E’ anche arrivato il momento, però, di costruzione di una nuova Europa. Quella dei popoli, quella politica, democratica, autonoma, non-atlantista. Autonoma nei suoi mille rapporti ad Ovest come ad Est. A Nord come a Sud. Senza genuflessioni, riacquistando con forza un ruolo centrale, pacificatore, nello scacchiere geopolitico globale.

Questa è, oggi, la nostra sfida.

IL FUTURO DEL SOCIALISMO ITALIANO E’ FUORI SIA DAL PD CHE DAL M5S

di Manuel Santoro, Segretario nazionale di Convergenza Socialista

Il socialismo non ha e non avrà futuro nel PD e nel M5S. Lo dico perché il problema principale del socialismo italiano, oggi, sono gli stessi socialisti. Coloro che, in questa ultima tornata elettorale, hanno appoggiato spudoratamente il PD ed il M5S, proponendo in alcuni casi liste di supporto. Essi sono parte del problema, non della soluzione.

Appoggiare il PD ed il M5S in un’ottica di breve respiro, senza una comprensione reale delle differenze di prospettiva politica, pone coloro che hanno preso tali decisioni di fronte alla consapevolezza di avere commesso un errore politico strategico, grave. Sono stati fatti errori politici enormi, assurdi per certi versi, che danneggiano l’opera di rifondazione del socialismo italiano che Convergenza Socialista persegue.

Il nostro Paese non è tendenzialmente amico del socialismo. Sicuramente per storia, tantissimo per ignoranza, considerando che è il socialismo l’alternativa naturale del modello liberista che impoverisce milioni per arricchire pochi. Ed essendo stato demolito dall’esterno e dall’interno, il socialismo italiano ora deve essere ricostruito evitando di buttarsi a capo fitto su scelte tattiche, di pura forma e nessuna sostanza, fantozziane come l’appoggio a Giachetti oppure a Raggi a Roma, che nulla hanno a che fare con un lavoro di lungo periodo che il contesto storico italiano ed europeo richiedono.

Né il PD né il M5S sono contro il liberismo spudorato. Nessuno di essi si pone il problema di un ritorno al pubblico per tutto quello che è di pubblica utilità. Nessuno di loro affronta mai, volutamente, il problema dell’assetto macroeconomico della società. Il socialismo, invece, ha nel suo DNA il dovere di farlo. Perché, allora, appoggiare chi è dichiaratamente liberista, amico delle banche, o chi su questo fronte sta allacciando importanti alleanze con la finanza internazionale?

Sono i socialisti che hanno appoggiato PD e M5S il vero problema del socialismo italiano. Cercate di non fare ulteriori danni.

Cercheremo noi di CS, con il nostro lavoro, a porvi rimedio.