Archivi tag: Renato Gatti

LA BISTRATTATA ACE

di Renato Gatti

Premessa

Nella fase matura del nostro miracolo economico, la richiesta che veniva dal mondo capitalistico ed imprenditoriale era quella che richiedeva di non tassare gli utili reinvestiti.

Sembra abbastanza condivisibile, o almeno lo è da parte mia, che gli utili che restano in azienda e vengono reinvestiti (ci sarebbe eventualmente da discutere sul come vengono reinvestiti) abbiano un trattamento preferenziale rispetto a quelli distribuiti.

Va anche detto che a quei tempi, siamo prima della riforma fiscale di Tremonti, il presupposto principe per la imposizione fiscale era la distribuzione dei profitti e non la produzione di essi. Ciò significa che i profitti d’impresa non erano tassati al momento in cui erano prodotti e rimanevano all’interno dell’impresa, ma al momento in cui ne uscivano sotto forma di dividendi. Questo principio eticamente corretto, venne scavalcato dal pragmatismo delle esigenze di cassa dello Stato. Per aiutare il gettito, si istituì una imposta sulle imprese da considerarsi quale acconto su quanto avessero percepito successivamente. i prenditori di dividendi. Stante questa impostazione fu previsto che nella tassazione del socio percipiente di utili, il calcolo dell’imponibile includesse il dividendo ricevuto al lordo della tassazione avvenuta in impresa, di modo che la progressività dell’imposta non tenesse conto dell’acconto pagato dall’impresa per conto del prenditore di dividendi. Ricostruito così l’imponibile totale, definite le fasce di progressività e applicate le aliquote conseguenti, si determinava l’importo di imposte da pagare cui venivano sottratte le imposte già pagate dall’impresa per conto del prenditore di dividendi. Insomma per esigenze di cassa dello Stato le imprese venivano obbligate ad anticipare imposte altrui molto tempo in anticipo rispetto allìeffettiva erogazione dei dividendi.
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SPAGNA-ITALIA 3-1: STORIA DI 1000 GIORNI

di Renato Gatti

Premessa

Più volte il nostro paese si è trovato a confrontarsi con altri paesi europei nella governance dei fondamentali; ricordo, ad esempio, la rincorsa con il Belgio nel tentativo di riportare almeno al 100% del PIL il debito pubblico. La gara la iniziò Prodi puntando ad un lento ma costante rientro attraverso l’avanzo primario. Il Belgio oggi si ritrova un debito vicino al 100% del PIL, mentre l’Italia, nonostante l’avanzo primario, continua ad aumentare il suo debito, e nonostante il ministro Padoan, ogni volta che parla, prometta che l’anno prossimo l’indice diminuirà.
Questa volta voglio mettere a confronto cos’è successo negli ultimi anni in Italia ed in Spagna dove, a prescindere dalla causa scatenante la crisi, dal 2007 al 2013 gli andamenti dei fondamentali erano molto coerenti, ma nel triennio successivo le differenze tra i due paesi sono esplose in modo molto significativo. Il PIL per esempio è aumentato di più del 3% in Spagna mentre in Italia stenta a raggiungere l’1%. Spagna-Italia, 3-1, storia di 1000 giorni.

L’andamento del PIL

L’andamento del PIL
L’andamento del PIL

Fatto 100 il numero indice del PIL all’inizio della crisi, i due paesi hanno subito un double dip, nel 2009 e nel 2013, anno nel quale il PIL è sceso al 90%. Nei tre anni successivi la Spagna ha rockettato vero il ritorno al 100% (la Francia sta al 105, la Germania al 108) mentre il nostro paese è rimasto fermo al palo.
Quali possono essere i fattori che hanno determinato questo sensibile scarto nell’andamento dell’economia dei due paesi?
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IPOCRISIA COSTITUZIONALE

di Renato Gatti

Domanda preliminare

Ma se nel 2011 abbiamo cambiato la costituzione introducendo all’articolo 81 il pareggio di bilancio, come mai lo stesso viene rinviato al 2018 dal ddl per la legge di stabilità 2016? Perché per cinque anni successivi non rispettiamo la Costituzione? Ma le leggi finanziarie in deficit sono anticostituzionali?

I lavori preparatori della Costituzione

Il quarto comma dell’art. 81 della Costituzione recitava: “Ogni altra legge che comporti nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”

Questa norma fu proposta da Luigi Einaudi preoccupato dalla facilità con cui il parlamento avrebbe potuto approvare spese senza la necessaria copertura. L’on. Vanoni appoggiò questa norma perché garanzia della tendenza al pareggio di bilancio. Ma la formulazione iniziale “deve provvedere ai mezzi necessari per fronteggiare” le nuove o maggiori spese, fu modificato per non invalidare ogni legge che non provvedesse ai mezzi di copertura. La modifica fu proposta da Bozzi che più genericamente modificò il testo in “indicare i mezzi per farvi fronte”. Quindi non “provvedere” ma “indicare”
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LA MANOVRINA E IL DEF

di Renato Gatti, economista

La “manovrina” e la presentazione del DEF ci porgono l’occasione di approfondire alcune scelte fiscali che, di volta in volta, ci vengono proposte; il mio approccio tende sempre ad individuare le componenti di “classe” delle scelte fatte.

La filosofia della manovra parte da un dictat, più o meno esplicito, quello cioè del “nessuna nuova tassa” frutto del primitivismo renziano secondo cui bisogna abbassare le tasse (che secondo Padoa Schioppa erano invece un consolante segno di comunitarismo) e non, invece, migliorare il rapporto tra carico fiscale e servizi resi. Due diverse filosofie: la prima populista, la seconda illuminista.

Lo Split Payment

Esaminiamo allora lo Split Payment, uno strumento ideato da Vincenzo Visco, contrabbandato come lotta all’evasione che, al contrario, è l’imposizione di un prestito forzoso ai fornitori, prima della P.A. ora delle sue controllate direttamente o indirettamente ed anche delle società quotate.
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COME COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE

di Renato Gatti, economista

Rileggendo il testo di Paolo Sylos Labini “Torniamo ai classici” mi colpisce a pagina 57 il seguente passo:
“Il grafico di fig.2 riguarda le due curve (D e I/Y) (ovvero D disoccupazione, I investimenti e Y PIL) per il periodo 1921-1940, che include la Grande Depressione; il coefficiente di correlazione è ottimo: 0,88. Da notare che in quel periodo, nel 1933, la quota dei disoccupati toccò il 25%, un livello mai visto nell’intera storia economica degli Stati Uniti.”

Il grafico di cui parla il testo, è stato da me rielaborato nel senso che il grafico originario esprimeva un rapporto inverso tra andamento del rapporto tra investimenti/reddito e disoccupazione. Essendo rapporto inverso laddove il primo indice aumenta il secondo diminuisce e viceversa. La mia rielaborazione è consistita nel confrontare la variazione del primo indice VAR I/Y e la VAR D preceduta dal segno meno, in tal modo si nota più visivamente la concordanza tra le due variazioni.

Ecco il grafico rielaborato:

Grafico 1

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BLOCCO STORICO E BLOCCO SOCIALE

di Renato Gatti, economista

Un sordo terremoto

Un sordo scricchiolio grave e minaccioso, come un annuncio di terremoto; un senso di disaffezione dapprima strisciante e poi sempre più esplicita; un’insoddisfazione profonda per un mondo che non sembra più appartenerci; un crescente individualismo che monta come rigetto di una filosofia sociale; una fuga dall’impegno collettivo; la crescita di una visione corporativa egoista e rinchiusa in sé stessa. Si sente, palpabilmente una sfiducia nell’esistente affiancata da un’incapacità di intravvedere una alternativa prospettica e che fa quindi ricadere nella reazione, nella presa di coscienza di impotenza che può sfociare solo nella disperazione o nella violenza.

Sembra il disegno di un disagio psichico ma, a ben vedere è lo scollamento tra la realtà di un sistema esistenziale e la rappresentazione che si ha di esso. Stranieri, direi che questo termine ben delinei lo stato del comune sentirsi immersi in questo mondo: chi rinuncia perché ormai non se la sente più, chi neppure concepisce la possibilità di cambiare adeguandosi alla protesta sterile ben rappresentata da molte posizioni politiche dei nostri giorni.
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PIERO SRAFFA

di Renato Gatti, economista

In questo mio contributo vorrei leggere la figura di Piero Sraffa come un momento caratteristico delle lotta di classe che si è sviluppata in un contesto inusuale: quello dell’egemonia culturale. Per questo compito svilupperò il mio articolo su tre punti: la figura dell’uomo, la tematica economica e il tema egemonico.

La figura dell’uomo

Il modesto, rigoroso Piero Sraffa presenta nel suo biglietto da visita l’identificazione della sua personalità elencando le persone di cui fu amico ed ebbe rapporti di reciproca dialettica culturale.
Si laurea nel 1920 con una tesi su L’inflazione monetaria in Italia durante e dopo la guerra, tesi di cui è relatore Luigi Einaudi con cui Sraffa manterrà buoni rapporti per tutta la vita. Sraffa mantenne rapporti anche con due assistenti di Einaudi: Carlo Rosselli e Raffaele Mattioli quando fu direttore dell’ufficio provinciale del lavoro a Milano e usava frequentare ambienti socialisti.
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RISCOPRIAMO L’AGATHOTOPIA

di Renato Gatti, economista

Premessa

Si parla molto in questi tempi di reddito di cittadinanza, di salario garantito, di lavoro di cittadinanza, come riconoscimento di un problema di povertà dilagante e disoccupazione ancora alta, a dieci anni ormai dallo scoppio della crisi.

E’ disarmante che si parli di questi argomenti senza mai interrogarsi sulle cause della crisi del 2007 che partendo dal mondo del capitalismo finanziario si è scaricato sugli stati causando le crisi del debito pubblico, dando il via a periodi di recessione più o meno lunghi e differenziati dalla reattività dei vari paesi, comunque traducendosi poi in disoccupazione a doppia cifra con punte incredibili in Italia e Spagna (e non si può fare a meno di considerare la ricaduta dal capitalismo finanziario, che causa come ultimo risultato la disoccupazione di milioni di persone, come un classico esempio di lotta di classe).

Di fronte a tanto sfacelo arrivano proposte che vorrebbero attutire i disagi di disoccupati, esodati, poveri, emarginati con una filosofia che va dal pietoso assistenzialismo ad una versione aggiornata del welfare. Proposte che, nella loro condivisibile ambizione di venir in aiuto dei meno fortunati, trovano, a mio parere, un limite di analisi e quindi di conseguente propositività.
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CI VOLEVA BILL GATES PER PARLARE DI 4.0

di Renato Gatti

Premessa

Il recente intervento di Bill Gates sulla “tassazione dei robots”, porta all’attenzione della pubblica opinione le tematiche della rivoluzione 4.0.
Vediamo intanto il ragionamento di Bill Gates: “Al momento se un lavoratore umano guadagna 50 mila dollari lavorando in una fabbrica, il suo redito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello”.
Chiaramente il ragionamento ha valore come “problema da affrontare” più che come soluzione da adottare. Tassare i robots sarebbe, come tutte le tassazioni dei fattori della produzione, controproducente ed assumerebbe un vago sapore luddistico. Ma il problema posto ha un enorme valore ed importanza per cui cercherò di affrontarlo in questo articolo.

I temi affrontati

1. La rivoluzione 4.0
2. I riflessi economici
3. I riflessi sociali
4. Un nuovo modello redistributivo

La rivoluzione 4.0

Già da anni la catena di montaggio ha cambiato natura. Da un modello a lisca di pesce in cui confluivano i vari lavori divisi e parcellizzati, svolti da opersi e tecnici nelle varie fasi (le singole lische di pesce) fino all’arrivo del prodotto finito; si è passati ad un modello in cui macchine “intelligenti” svolgono tutte le operazioni ripetitive in modo programmato, relegando il lavoro umano ad una fase di controllo della fase produttiva svolta dalle macchine. Gli addetti per prodotto finito sono scesi drasticamente.
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KEYNES OGGI

di Renato Gatti

Il presente contributo non vuole certamente essere un compendio dell’opera di Keynes, ma vuol cercare di indicare alcune vie di approccio alle problematiche presenti nella situazione economica attuale, figlia della crisi del 2007, che rappresenta il culmine della crisi del sistema del capitalismo nella sua fase finanziaria.

Premessa

La Teoria generale di Keynes venne pubblicata nel 1936, quando ancora erano pienamente in atto le conseguenze del “Giovedì nero” e della Grande depressione. Il reddito nazionale degli Stati Uniti crollò e la disoccupazione raggiunse livelli estremamente alti.

In questa situazione la validità della legge di Say, in base alla quale è sempre verificata l’equivalenza tra produzione e domanda e, di conseguenza, è impossibile che il sistema economico funzioni al di sotto della piena occupazione, fu messa decisamente in dubbio.
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